lunedì 8 agosto 2016

Mobilità scuola - L'appello

prof. Romano Pesavento

Presidente Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani


Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti umani fa appello a tutti i rappresentanti del Parlamento italiano ed a tutti gli esponenti delle associazioni culturali, dei sindacati e fondazioni, affinché la proposta di inserire in ogni scuola di ogni ordine e grado del Centro Sud, in fase di Mobilità, un docente della classe di concorso A046 (ex A019) - discipline giuridiche ed economiche - nel sistema educativo italiano trovi un esito positivo. L’utilizzazione nella scuola secondaria di primo grado come organico di potenziamento socio economico e per la legalità ha sollevato, nel corso dell’anno scolastico 2015/2016, questioni assai importanti, relative alla cittadinanza attiva e democratica, alla valorizzazione dell'educazione interculturale e alla pace, come prevenzione di fenomeni terroristici, al rispetto delle differenze e al dialogo tra le culture, alla sostenibilità ambientale dei beni paesaggistici, del patrimonio e delle attività culturali, basi fondamentali per lo sviluppo della persona.   
Non esiste società civile in cui il tema della legalità non sia promosso, divulgato e trasmesso. Soprattutto nelle aree più critiche del Mezzogiorno, laddove la percezione dello Stato è assai flebile e rapporti viziati dal clientelismo dilagante e dagli affari illeciti costituiscono sovrastrutture tossiche, il cui esito finale è lo smantellamento della norma giuridica e del progresso.
Educare alla legalità i giovani significa pertanto combattere “l’indifferenza, il compromesso morale, la contiguità, la complicità” in semplici parole contrastare le organizzazioni criminali (mafia, ndrangheta e camorra).

L’emorragia delle forze buone deve essere arrestata: lo spopolamento, l’indebolimento del tessuto sociale, lo smembramento delle famiglie, l’emigrazione consegnano il territorio all’antistato.  
Difendere la legalità vuol dire piantare i semi della giustizia, della libertà, dell’onestà, della rettitudine in una società sempre più multietnica e complessa; vuol dire, anche, fare in modo che il concetto di Stato, nel suo significato e ruolo istituzionale più alti, sia tutelato, difeso e rispettato con scrupolo, quasi religioso, da ciascuno di noi; significa infine stimolare sempre più ognuno ad adempiere al proprio dovere e a maturare una solida coscienza civica. Tutto ciò dovrebbe, come è risaputo,  costituire l’unica forma comportamentale ammessa e riconosciuta sin dalla più tenera età. L’opportunità di poter incidere sul nostro tessuto sociale in modo positivo potrebbe non ripresentarsi; la coscienza di ciascuno è chiamata in causa per trasformare la realtà attuale.
“Fenomeni come l’espansione della criminalità, nelle sue espressioni economiche e finanziarie, e la piaga della corruzione, da cui sono affette anche le democrazie più evolute possono trovare un argine efficace. È necessario intervenire non solo nel momento repressivo, ma anche in quello educativo, rivolto in modo particolare alle nuove generazioni, offrendo un’antropologia e un modello di vita in grado di rispondere alle alte e profonde ispirazioni dell’animo umano” (Papa Francesco)


domenica 31 luglio 2016

Viaggi di Gulliver: Messico e nuvole

Romano Pesavento


Diario dal Messico  1: laggiù nella capitale

Eccoci a Città del Messico. In fase d’atterraggio, sbirciando dal finestrino si può osservare la metropoli estendersi nella vallata con le sue infinite piccole casupole colorate di legno e latta, simili, per aspetto, alle favelas brasiliane.
Passeggiando per la città, si avverte la povertà che circonda il cuore pulsante del Messico. Spirali di compensato circondano palazzi signorili e chiese barocche, pronte a collassare su se stesse: non c’è un edificio antico nella capitale in equilibrio saldo sulle proprie fondamenta; le acque stagnanti su cui si poggia il centro storico rendono malferma e precaria la stabilità delle strutture architettoniche. Belli la cattedrale e lo Zócalo, entusiasmanti i murales di Diego Rivera e le colossali piramidi di Teotihuacán; eppure si respira un’atmosfera malinconica e inquieta in un luogo così ricco di cultura: disparità sociali spaventose; angherie e vessazioni medievali di cui sono vittime indifese gli ultimi della società, con la sparizione di bambini e adolescenti per il traffico d’organi e la prostituzione, scontri violenti tra polizia e docenti per l’affermazione del diritto di sciopero contro una riforma scolastica giudicata assai nefasta e imposta con la forza, corruzione dilagante nel pubblico offuscano il volto di una terra con enormi potenzialità. L’indomani si parte per il Chiapas.   





Diario dal Messico  2: Good moorning, Chiapas!

Sbarcati all’aeroporto di Tuxtla Gutiérrez, ci inoltriamo nell’entroterra messicana, qui in questo pezzo di mondo vive l’impronta ideologica del subcomandante Marcos e delle tradizioni indigene Maya. Con un piccolo furgoncino raggiungiamo Chiapa de Corzo da dove, su una piccola imbarcazione, si può esplorare il canyon del Sumidero. Durante il tragitto l’autista ci racconta i fatti, i miti e le leggende della sua terra. Indossato il salvagente, inizia l’avventura.  Il canyon si snoda con andamento tortuoso tra pareti scoscese e insenature capricciose, mentre lussureggiante la vegetazione prolifera e disegna immagini fantasiose e insolite, facendo sognare i visitatori. La fauna variegata e bizzarra appaga tutte le aspettative: avvoltoi, aironi, pellicani e soprattutto coccodrilli grassi e sornioni, immobili, con le fauci aperte,  in pennichella post prandiale suscitano curiosità e interesse. Molto suggestiva la grotta dedicata al biologo - naturalista Miguel Carlos Francisco Alvarez del Toro, in cui campeggia l’immagine della madonna di Guadalupe; le diverse cascate sono di notevole bellezza e passarci di sotto è un autentico privilegio.    





Diario dal Messico  3: Da Chiapa de Corzo a San Cristobal de las Casas 

Prima di partire alla volta di San Cristobal de las Casas, ci rifocilliamo nel ristorante Jardines de Chiapa presso Chiapa de Corzo; il cibo è molto gustoso: crema di fagioli con peperoncino; tacos; minestra di verdure; pesce di fiume, i tamal (una specie di panzerotto ripieno, salato o dolce), il pepito con tasajo (ovvero carne di manzo tagliata a fettine sottili in una salsa di semi di zucca), il prelibato  cochinito horneado (maialino al forno condito con salsa "adobo", a base di peperoni e peperoncini) e tanto altro ancora. Ops, c’è anche la pizza, ma stendiamo un velo pietoso in merito. Sono ormai le quattro del pomeriggio e anche se fa caldo è d’obbligo una rilassante passeggiata in centro alla scoperta delle sue ricchezze culturali: la Fuente de La Pila dallo stile mudéjar coloniale (fontana monumentale, di forma ottagonale, in mattoni dal colore rosso-arancione, caratterizzata da archi, archi rampanti e un tetto a cupola) situata nella piazza principale della città; i portici con i loro colorati negozi di souvenir artigianali; la chiesa di Santo Domingo de Guzmán, costruita nel XVI secolo.
In serata arriviamo a San Cristobal de las Casas, la ciudad mágica. La mattina seguente si parte all’esplorazione del centro urbano. In questa città aleggia l’enigmatica presenza del subcomandante Marcos, infatti proprio qui ha letto la prima dichiarazione della Selva Lacandona, nella quale gli zapatisti dichiaravano guerra al governo del Messico e annunciavano libertà, giustizia e democrazia per tutti i messicani.  Visitiamo il centro cultural “El Carmen”, la piazza centrale con i suoi murales inneggianti alla protesta dei professori, la chiesa barocca di Santo Domingo e la Cattedrale con i suoi due imponenti campanili è un trionfo di motivi ornamentali, decorazioni estrose e in tema con la lussureggiante vegetazione dei luoghi. Al suo interno si può ammirare una statua di Gesù adolescente adornato in modo insolito. Da queste parti i canoni estetici tradizionali occidentali vengono riformulati secondo l’ottica dei nativi, appartenenti alla gloriosa stirpe Maya. Per molti di loro l’animismo non è stato mai superato completamente, motivo per il quale molte chiese, le quali c’è stato severamente proibito di riprendere e fotografare, sono gestite secondo pratiche cultuali a dir poco sconcertanti per i cattolici tradizionali. Approfondiremo in seguito. Caratteristici il mercatino dell’artigianato locale e il mercato generale. I colori sono sgargianti e luminosi e contrastano con la mestizia e la cupezza degli abitanti, veramente poveri e rassegnati ad ogni forma di privazione. I bambini giocano per strada scalzi e nei loro occhi raramente trapela la gioia.







Diario dal Messico  4: San Juan Chamula, San Lorenzo Zinacantan  e le Cascate di Agua Azul

Alle otto del mattino partiamo alla volta di San Juan Chamula e San Lorenzo Zinacantan, due comunità indigene di lingua tzotzil che si richiamano alle antiche usanze animiste del popolo Maya. I due centri distano una ventina di chilometri da San Cristobal de las Casas. Appena arrivati l’ambiente è desolante: tranne il centro di culto, il paesino è veramente sconfortante. Ci sono delle serre in cui vengono coltivati fiori di inusitata bellezza. I bambini aspettano i pochi turisti che si spingono fino a qui per vendere piccoli oggetti artigianali. La miseria qui raggiunge i vertici più alti del Messico. La religione è praticata in forme poco ortodosse: i fedeli venerano miriadi di santi, addobbati con accessori vistosi, quali tuniche vivaci di stoffa, specchietti contro il malocchio e parrucche, esposti in fila lungo le pareti della chiesa, quasi a sostituire le loro ancestrali divinità.
Il credente entra in trance davanti al santo e, dondolandosi ritmicamente, intona nenie strane; dal soffitto pendono festoni, luci di natale, stoffe ricamate e ciascuno accende quindici candele sul pavimento, reso scivoloso dalla cera, della chiesa. All’interno non ci sono panche per sedersi, ma aghi di pino profumati e ghirlande di fiori. Secondo la loro mentalità, il santo deve essere omaggiato con offerte: fumo delle candele, preghiere, fiori e animali. Ho potuto assistere con un certo sconcerto a un rito in cui una gallina viva veniva prima passata sul fumo delle candele e poi le si torceva il collo. E’ severamente proibito fotografare gli ambienti di culto: enormi sanzioni vengono applicate dai custodi, se colti in flagranza. Gli uomini girovagano indossando giacche con un pelo bianco e le donne con le loro gonne lanose nere, sedute a terra o su rudimentali sgabelli, lavorano al mercato. Curiosità: nei loro cimiteri le sepolture presentano solo la data della morte. Per loro costituisce il vero inizio della vita.
Il tardo pomeriggio lo passiamo bighellonando per il centro di San Cristobal de las Casas alla ricerca di tradizionali souvenir e immersi nel tran tran del centro. L’indomani all’alba si parte per Palenque con sosta  alle Cascate di Agua Azul. L’unica strada, stretta e non sempre in buone condizioni, che collega i due centri urbani è colma di curve. Dopo alcune ore di viaggio arriviamo alle Cascate. La bellezza naturalistica è impressionante. Le cascate scintillanti di acqua azzurra e spumeggiante non smentiscono il loro nome. I turisti si deliziano, tuffandosi nelle varie vasche naturali, in cui uccelli di diverse specie trovano refrigerio. Sembra un autentico paradiso terrestre; la vegetazione ricca e colorata, il mormorio delle acque, il canto degli uccelli riportano ad epoche primordiali e al benessere psico-fisico. La sera arriviamo a Palenque.









Diario dal Messico 5 : Le antiche meraviglie di Palenque

Immerso nella foresta tropicale il sito di Palenque è certamente un’oasi archeologica stupenda. Unici inconvenienti: l’umidità pari al 100% e i fastidiosi mosquito, d’altronde siamo nel loro habitat. Appena entrati appare davanti i nostri occhi l’imponente Tempio delle Iscrizioni, monumento funebre del re Pacal, che è in perfetto stato di conservazione. Accanto, la piccola piramide della regina rossa, sposa di Pacal, è meta dei visitatori che salgono su per i gradini per accedere alle tombe dei sacerdoti e della sovrana. 
A qualche metro si erge il Palazzo con i suoi bassorilievi di stucco, le sculture, i passaggi sotterranei e la torre a quattro corpi. La nostra guida ci illumina sulla storia, sulle tradizioni sui costumi della civiltà Maya che si stanziò in questi luoghi dal V secolo al IX secolo. Il Gruppo delle Croci  composto dal "Tempio della croce" ("Templo de la cruz"), dal Tempio del sole ("Templo del sol") e dal "Tempio della Croce fogliata" ("Templo de la cruz foliada")  sono la commemorazione dell'ascesa al trono del Signore Chan Bahlum II, dopo la morte del re Pacal il Grand. Approfondendo il nostro “speaker” ci fornisce ulteriori informazioni infatti  le croci  relative ai nomi dei templi sono in realtà raffigurazioni dell'albero della creazione collocato al centro del mondo per i Maya. è stato interessante salire in cima a tutte le piramidi anche se faticoso, ma il panorama che si osserva da lassù è unico la foresta abbraccia i resti città fornendo una prospettiva archetipa e  primordiale. Chissà quanti segreti ancora nasconde!






Diario dal Messico 6: Golfo del Messico, Campeche e Uxmal

La luce del tramonto scende sul Golfo del Messico riflettendo un variopinto caleidoscopio di colori e sfumature sulle acque cristalline dell’Oceano.
Le piattaforme petrolifere sono sempre accampate nella Baia di Campeche come silenziosi apache; gli sversamenti degli idrocarburi non sono ipotesi remote e un simile paradiso può, come già è accaduto, essere contaminato da un momento all’altro. È già sera quando arriviamo a  San Francisco de Campeche. Una pioggerellina a volte insistente e noiosa ci accoglie. Andiamo a scoprire il centro storico. Si respira un’aria già più occidentale e festaiola. La cattedrale de Nuestra Senora de La Purisima Conception di notte, con le sue luci gialle e i campanili sagomati, ti richiama alla mente gli scenari avventurosi ed esotici di Zorro. Colorata come L’Avana, ma più ordinata, dispone le sue case tinta pastello in una metodica successione. L’indomani mattina, il cielo è chiaro e permette una più dettagliata visita della cittadina. La fortezza con i suoi possenti cannoni riporta alla memoria racconti “veri” di pirati, che hanno fatto fortuna qui, approfittando delle fortune altrui.  Si parte alla scoperta del parco archeologico di Uxmal, il più importante centro cerimoniale della civiltà Puuc, situato nella penisola dello Yucatan.
Dopo un viaggio rocambolesco, rottura contemporanea di due ruote del nostro mezzo, finalmente nelle prime ore pomeridiane approdiamo al sito. Appena entrati ci appare la gigantesca piramide dell’indovino con i suoi 30 metri d’altezza si erge proprio di fronte al maestoso ed elegante "Quadrilatero delle Monache".  Le ricche e particolari decorazioni che compongono la facciata orientale comunicano un fascino misterioso a chi le osserva: vi si alternano riproduzioni della maschera di Chaac, dio della pioggia, disegni geometrici ornati a traforo ed un motivo a grata, che percorre tutta la facciata, che raffigura, in forma stilizzata, le squame di due serpenti intrecciati, rappresentazione del dio Quetzalcoatl. Qualche iguana sorniona prende il sole tra questi resti millenari, incurante dei turisti e quasi in posa. Tra i monumenti più curiosi c’è senz’altro il Campo del gioco della pelota: il canestro in cui doveva essere lanciata la palla è allocato in una posizione inaccessibile rispetto all’altezza media del popolo Maia. Il vincitore dell’agone sportivo, come premio, veniva sacrificato al dio Chaac. Nelle immediate vicinanze spunta l’imponente Gran Piramide. Alta 32 metri è composta da una fitta e stretta serie di scalini difficili da scalare. Arrivati in cima al tempio si gode di un panorama stupendo. Non da meno in quanto a grandiosità è Il “Palazzo del Governatore”; sulla sua lunga facciata, riccamente ornata, si possono ammirare raffigurazioni della nascita del pianeta Venere e proprio nello spazio antistante la “Piattaforma dei giaguari”.  Concludono il tour la "Casa delle tartarughe" e un serpentello verde smeraldo forse una reincarnazione di qualche spiritello Maya. 








Diario dal Messico 7: Merida e Il guardiano di Chichén Itzá

Arriviamo a Merida. Città piena di luci e di colori. Donne, anziani, e bambini e coppie di ogni età ballano gioiosamente la danza tradizionale dello Yucatán, nota come "Vaquería Regional", nella Plaza Grande. Nell’aria si espandono i profumi dolci e pungenti della cucina tradizionale, mentre le bancarelle riempiono la piazza di stoffe e souvenir variopinti per i turisti. Visitiamo la Cattedrale di San Idelfonso,  la Casa di Francisco de Montejo, fondatore nel 1542 della città, il palazzo del governo con i suoi enormi murales e la strada 60. La sera ci immergiamo nella movida messicana e ci godiamo i canti e le atmosfere del posto.
La mattina partiamo per Chichén Itzá, la quarta meraviglia del mondo moderno. Abbiamo visto tutto quello che c’era da vedere (El Castillo, Tempio dei Guerrieri, Campo del gioco della pelota, Complesso des Las Monjas, il Cenote sacro, El Caracol e tanto altro) sotto lo sguardo attento dei “guardiani”, le iguane, del sito. La nostra guida ci illustra lo straordinario spettacolo che, durante gli equinozi, la piramide El Castillo riesce a regalare agli spettatori: all’alba e al tramonto del sole, gli angoli della struttura proiettano un'ombra a forma di serpente piumato, Kukulkan appunto, lungo la scalinata nord. Singolare è anche El Caracol, l’osservatorio astronomico dei Maya. Proprio qui venivano esercitate ricerche minuziose sugli astri e i corpi celesti. L’indomani si torna in Italia.










martedì 21 giugno 2016

Arte in Italia - "Da Kandinsky a Pollock": un viaggio nell'arte del '900 tra le sale di palazzo Strozzi a Firenze

Romano Pesavento




Fino al 24 luglio va in scena la grande arte di Peggy e Solomon Guggenheim nelle sale di palazzo Strozzi a Firenze. La mostra ,”Da Kandinsky a Pollock”, è un’esperienza di rara potenza evocativa, che, attraverso un itinerario nella storia dell’iconografia tra gli anni venti e sessanta dello scorso secolo, ci riconsegna 100 opere d’arte europea (Kandinsky, Duchamp, Max, Ernst, Alberto Burri, Emilio Vedova, Jean Dubuffet, Lucio Fontana) e americana (Jackson Pollock, Mark Rothko, Alexander Calder, Willem de Kooning, Robert Motherwell, Roy Lichtenstein, Cy Twombly) tra le più innovatrici del Novecento.
L’inizio è folgorante: il celeberrimo quadro di Vasily Kandinsky, denominato Curva dominante (Courbe dominante), attira i visitatori e celebra la bellezza nella sua dimensione più incorporea. I colori del pittore russo non sono l’esito di una semplice alternanza gestuale casuale; sono pensati secondo corrispondenze assai ponderate, in base alle quali a una tonalità si abbina uno strumento musicale e un sentimento interiore. Le geometrie presenti nel dipinto si dispongono in modo armonico e gioioso in perfetta simmetria tra rette, cerchi, rettangoli e curve vibranti, la cui modulazione intrinseca richiama il ritmo del diapason o del metronomo. Il brio, la genialità, la vitalità, la sperimentazione di Kandinsky lo rendono un alfiere dell’arte contemporanea e in un certo senso lo avvicinano al genio musicale di Mozart.

Un momento bizzarro della mostra è trovarsi, nella sala intitolata “Europa-America. Il Surrealismo e la nascita delle nuove avanguardie”, di fronte alla famosa Gioconda con barba e baffi di  Marcel Duchamp, opera intitolata in modo assai stravagante L.H.O.O.Q. da Boîte en-valise. Monna Lisa, con i baffetti da moschettiere, fissa, ancora più ironica e vagamente beffarda, i visitatori, lasciandoli interdetti e disorientati, rispetto allo sberleffo puerile - trasgressivo del surrealista più eccentrico e “impavido” del Novecento.

Alla terza sala c’è lo sciamano dei colori. Si capisce Pollock solo se si ha la possibilità di vederlo, in qualche filmato di repertorio, danzare ritmicamente in trance intorno ai suoi dipinti, lasciando effondere fluidi pittorici e anima attraverso pennelli e cazzuole sgocciolanti. Per l’artista la tela era uno spazio fisico a cui appartenere: corrispondeva allo scenario su cui si materializzavano arcane armonie astratte e ipnotiche, come spirali e gorghi sinuosi su cui fare errare lo sguardo. Tra le opere presenti alla mostra spiccano per intensità espressiva “Sentieri ondulati” (Watery Paths) 1947, olio su masonite, cm 114 x 86; “Foresta incantata” (Enchanted Forest) 1947, olio su tela, cm 221,3 x 114,6; “Senza titolo (Argento verde)” (Green Silver) 1949 circa, smalto e pittura d’alluminio su carta montata su tela, cm 57,8 x 78,1; “Numero 18” (Number 18) 1950, olio e smalto su masonite, cm 56 x 56,7.

Nelle linee che, frenetiche, si dipanano, si inseguono e si accavallano, come scariche elettriche o onde elettromagnetiche, ritroviamo “spie” dell’energia universale, della tensione verso l’Assoluto e dell’infinita inquietudine esistenziale dell’uomo. I colori viaggiano senza direzione in balia delle tempeste emozionali del pittore e delle correnti gravitazionali. Visione e furia psichedelica si uniscono e determinano una qualità artistica decisamente poco convenzionale: Pollock è sempre stato un iconoclasta per elezione o per caso. La sua “action painting”, nervosa e fluttuante, era il veicolo più appropriato per esprimere il proprio modo di essere.


Conclude il percorso la sala “Gli anni sessanta. L’inizio di una nuova era”. Qui campeggia un pannello enorme di Roy Lichtenstein, indiscusso protagonista della Pop Art insieme a Andy Warhol, intitolato “Preparativi”. La rappresentazione, fra tutte quelle esposte, è la più ambigua e inquietante, perché si presta a molteplici letture, al di là di un primo impatto immediato fatto di colori fluo e grafica fumettistici. La luminosità delle immagini non deve ingannare: come contrappunto si stagliano i simboli dell’industria bellica totalitaria di massa. Martelli, elmetti, ciminiere sinistre, molto simili a bocche da fuoco, profili antropomorfi, vagamente rassomiglianti a Mussolini s’intravedono, alternandosi a ingranaggi dentati e strani macchinari di  fabbriche metallurgiche infernali. Preparativi? Che non preludono a nulla di buono, considerando che l’opera è stata realizzata nel 1968, anno costellato da manifestazioni di protesta, di scontri e gravi sommosse per la guerra in Vietnam, ma anche di attentati e omicidi (il 6 giugno 1968 venne assassinato Robert Kennedy); in essa ritroviamo la lungimiranza dolorosa dell’intuizione espressiva degli artisti, che, talvolta, riesce a cogliere un’intera epoca in tutte le sue contraddizioni e drammaticità.

Pubblicato sul giornale online la Provincia Kr (http://www.laprovinciakr.it/cultura-e-spettacoli/da-kandinsky-a-pollock-un-viaggio-nell-arte-del-900-tra-le-sale-di-palazzo-strozzi-a-firenze)

martedì 29 dicembre 2015

Fumetti in Italia - Ventisette anni dopo torna Corto Maltese: pronti a salpare "Sotto il sole di mezzanotte"

Romano Pesavento

Finalmente, è arrivata da qualche settimana nelle librerie di tutt’Italia l’ultima avventura dell’intrepido marinaio Corto Maltese, il quale con i suoi lunghi e appassionanti viaggi ha fatto innamorare intere generazioni; a firma di Juan Diaz Canales e Rubén Pellejero, il volume propone il suo lungo peregrinare attraverso le frontiere dell’Alaska, dello Yukatan, di Panama e della California. Tanti i personaggi: dall’inseparabile Rasputin, protagonista delle prime scene, a Caribù, piccola peste che lo condurrà sulle tracce di Waka Yamada, dalla lucciola sfortunata Ping Pong al sanguinario despota Ulkurib….

Fascino da gentleman inglese, capelli nero corvino, andatura dinoccolata, volto liscio e tagliato da un sorriso appena accennato, da cui penzola indolente una sigaretta. È ancora lui, dopo vent’anni dalla morte del suo creatore e ventisette dall’ultima avventura.  
Perché leggere Corto Maltese oggi? Perché è un po’ come percorrere ad occhi aperti interminabili rotte verso mete inviolate, portandosi dietro con sé, nella propria valigia immaginaria, i ricordi, le curiosità, le emozioni di un avventuriero romantico e sornione; perché la scoperta del nuovo ci rende più umani e ci apre alla diversità della cultura; perché il fascino della bellezza esotica custodita nelle strisce a colori del fumetto è qualcosa di unico e di Pratt; perché Corto Maltese racchiude in sé la semplicità, la complessità, la giustizia, la violenza, la paura e l’eroismo. Oggi che i documentari scientifici ci bombardano quotidianamente, ad ogni ora del giorno e della notte, con tutte le informazioni possibili e immaginabili, sembra che si sappia tutto dei popoli più misteriosi e dei posti più remoti del pianeta; eppure le storie di Corto riescono ancora a stupirci per l’ambientazione, i tratti somatici dei personaggi così realistici, benché stilizzati, gli squarci paesaggistici così distesi, potenti e intensi da far percepire pienamente tutto il fascino del nostro pianeta sotto ogni latitudine e longitudine.

I colori tenui dell’acquerello così in dissolvenza verso orizzonti sconosciuti, e proprio per questo così invitanti, ci ricordano che i leggendari pantaloni bianchi a zampa di elefante calcheranno ancora una volta, per chi è un viaggiatore nato e per chi osa solo con la fantasia, nuovi territori, zone d’ombra, linee di confine inusitate per i comuni mortali.   

Pubblicato sulla testata online la Provincia Kr 

sabato 26 dicembre 2015

Fumetti in Italia - Don Alemanno il "reverendo" con la matita che racconta lo scontro tra Jenus e papa Ratzinger

Romano Pesavento

Chi è Jenus? Il titolo di una serie tv, l’additivo per sbiancare la biancheria, il nome di un fiore, il nuovo nemico di 007, l’ultimo libro di Piero Angela… no, niente di tutto questo, è il protagonista principale del fumetto nato dalla creatività e dall’ingegno di Alessandro Mereu, soprannominato simpaticamente don Alemanno.
Jenus, espansivo, spontaneo, perbene, ribelle, a volte buffo, cerca di risolvere le incoerenze della vita umana e la corruzione dilagante nell’alto clero con il suo divino intuito. E così la sua sfida con il Papa “Ratzinger”, immaginato come il simbolo del privilegio e dell’ambizione, e il cardinale Bertone, visto come devoto servitore del pontefice ed esperto militare, scorre velocemente nelle entusiasmanti comic strip a bianco e nero. 
Il rapporto tra potere spirituale e potere temporale insito nella storia della Chiesa si ripropone così in chiave umoristica. Il progetto, sia per la veste grafica che per alcuni aspetti contenutistici, può essere accomunato, anche se con le dovute peculiarità e tipicità, al filone fumettistico dei manga giapponesi, il quale ha come esponente di spicco i cartoon statunitensi di South Park  e il mangaka Hideo Azuma, autore di Nanà supergirl e Pollon. In particolare, il personaggio di Pollon, tondeggiante, bonaria e pasticciona, è l’emblema di una divinità sensibile alle sventure degli esseri umani e in conflitto con l’indifferenza e l’inerzia del mondo circostante.
Jenus, infatti, di fronte alla complessità del male, talmente radicata nell’agire dell’uomo, rimane sbalordito; ed allora ecco arrivare in suo aiuto il fido e impacciato Angius, l’Agnello di Dio.
Il bianco “mantello” filosofico che indossa è la sua barriera naturale contro i numerosi pregiudizi che insudiciano la realtà odierna. Gli aspetti oscuri, irrazionali, e, per certi versi mistici, presenti nell'interiorità di ciascuno di noi vengono evidenziati e beffardamente analizzati nelle strisce e nelle storie che lo riguardano.
In molte occasioni, artisti o scrittori si sono chiesti cosa accadrebbe se il Salvatore ritornasse sulla Terra. Tutti concordano nell’immaginare un soggiorno assai poco gradevole per l’Unto, in una società così cinica e marcia come la nostra. Bè, Mereu è l’unico, pur prospettando scenari difficili per il Redentore, che riesce, con la sua satira ora da studente liceale ora da sociologo consumato, a strapparci comunque una risata “in questa valle di lacrime”, che è la condizione umana.

Pubblicato sulla testata la Provincia Kr online

Arte in Italia - "De Chirico, Savinio e Les Italiens de Paris": l'esposizione al Lucca museum fino al 14 febbraio

Romano Pesavento
La mostra allestita fino al 14 febbraio, presso Palazzo Boccella, nella sede del Lu.C.C.A – Lucca Center of Contemporary, dedicata al gruppo les italianes de Paris, offre un limitato numero di opere, ma dai contenuti assai significativi. Le ambientazioni metafisiche di De Chirico, desolate e austere, si proiettano nello spazio bianco delle sale, intessendo variegati e sottili messaggi astratti, inquietanti ed enigmatici, capaci di incrinare ogni principio di rappresentazione / conoscenza fenomenica: la ragione, smarrita e disorientata, rimane soggiogata rispetto all’impenetrabilità del mistero esistenziale.
Classicismo e Surrealismo si fondono insieme suggerendo visioni oniriche, ipnotiche  e senza tempo: colonne spezzate ed elementi architettonici dell’antichità in studiato ordine sparso fanno da sfondo per forme e volumi massicci, imponenti e immobili. Il senso del movimento quasi è bandito dalle prospettive, esasperatamente geometriche; anche i manichini, elemento distintivo della produzione di De Chirico, richiamano un’idea di “studio artistico” alle sue prime fasi. 
Paesaggi mentali “provvisori”, eppure non soggetti alla legge del tempo e della vita. Anche il cavallo e la zebra, ritratti in una sua celebre opera, al galoppo non evocano energia e slancio vitale, ma tormento e fuga. I cromatismi dissonanti e deliberatamente sgradevoli (preponderanza notevole di tonalità verde acido, marrone, ocra-brunastre) comunicano angoscia esistenziale e malessere. Le criniere selvagge degli animali si aggrovigliano confusamente in spirali indistricabili, mentre il cielo, fosco e plumbeo, incombe su un paesaggio sterile e opprimente.
Analoghe atmosfere stranianti e cupe ritroviamo nella Salita al calvario di Gino Severini. Il tema in sé non è certamente uno dei più lieti dell’arte sacra e nell’arco dei secoli ha trovato migliaia di declinazioni o variazioni anche più realistiche e impressionanti, con raccapriccianti primi piani su rivoli di sangue e piaghe aperte.
Qui non c’è nulla di tutto questo: Cristo in equilibrio precario non rivolge lo sguardo agli spettatori e il suo corpo, già martoriato, viene celato con una tunica marrone. La terra su cui si piega, tramortito dal dolore, è dello stesso colore, come anche  gli elementi circostanti, quasi per ricordare, attraverso una calibrata insistenza cromatica, la natura umana e quindi “ terrestre” del Redentore. Lontano, diafano, quasi un miraggio inaccessibile, si profila uno spiraglio di azzurro: promessa vacillante di salvezza e riscatto per l’umanità.
Il bizzarro squarcio colorato su una vallata di Renato Paresce, l’alchemica composizione di De Pisis dal titolo Omaggio a Morandi, le metafisiche navi di Savinio e i volti profondi di Campigli concludono l’interessante e sorprendente itinerario nel mondo dei les italianes de Paris a Lucca.   

Pubblicato sulla testata la Provincia kr online

mercoledì 18 novembre 2015

Arte in Italia - La "Bellezza divina" in mostra a Palazzo Strozzi di Firenze: Van Gogh, Chagall e Fontana

Romano Pesavento

È possibile intraprendere fino al 24 gennaio del 2016 nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze un vero e proprio itinerario nella spiritualità, attraverso la creatività artistica dei grandi pittori attivi fra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Stili e tecniche diverse, con rappresentazioni divine intrise d’intenso misticismo e fine bellezza, si impongono allo sguardo, trasmettendo serenità a tutti coloro che, nella penombra dell’atmosfera museale, si soffermano ad ammirarli.
La mostra intitolata Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana propone una serie di più di ottanta opere, suddivise in sette sezioni tematiche, disposte in ordine cronologico, che ripropongono la vita di Gesù dall’Annunciazione alla Resurrezione.

Ad iniziare il percorso due grandi pale, la prima posta sulla parete di sinistra, intitolata Flagellazione di Cristo di William Bouguereau del 1880, e la seconda, in posizione centrale, I Maccabei di Antonio Ciseri del 1858-1863. Nella tetra penombra della morte e della violenza umana, rappresentata con tragico realismo,  si erge il bagliore sereno della pietas. Colori e forme attraversano lo spazio fisico e penetrano nell’interiorità dello spettatore, agitandone impetuosamente la coscienza, inoltrandolo sul sentiero della catarsi e della redenzione.
I gesti e le pose solenni dei personaggi trasmettono eleganza e magnetismo, nonostante il dramma del martirio e del supplizio incombente. I corpi dei santi illuminati da pennellate di bianco accecante esprimono pienamente il mistero del sacrificio e della totale offerta di sé: inermi eppure potentissimi.
Le perturbanti versioni della Madonna di Munch si contrappongono a quelle incorporee e iridescenti di Morelli; eleganti ed epifaniche, invece, quelle di De Carolis.  
Nella sezione dell’Annunciazione, natività e infanzia di Cristo l’angelo di Philpot è tra le più singolari interpretazioni artistiche – religiose della mostra. Lontano dalle raffigurazioni classiche, appare quasi eversivo e iconoclasta rispetto alle pose della tradizione; appena sceso dal cielo, con un balzo e un costume da “trapezista / supereroe”, guarda in faccia lo spettatore con una sorridente fermezza che non ammette repliche: chi è prescelto non può rinunciare. L’anemone che stringe in pugno costituisce l’unica nota convenzionale e gentile in un’opera che esprime vigore e incitamento singolari.
Tranquillità, serenità e amore materno sono raffigurati egregiamente nell’opera Riposo in Egitto di Elisabeth Chaplin. L’animo femminile dell’artista coglie con squisita delicatezza l’armonia dell’unione familiare e il candore di quattro esseri innocenti (asino compreso) ispirando pace e dolcezza negli astanti: nessun Gesù bambino non è mai stato così divino e “pacioccone”.      
Il cuore dell’esposizione è naturalmente rappresentato dalle quattro opere di più forte richiamo: Via Crucis II, III e XIII e Crocifissione di Lucio Fontana; Pietà di Van Gogh; Crocifissione bianca di Chagall.
L’ultima opera citata è caratterizza da una modernità espressiva iconografica fortemente evocativa: l’alfa e l’omega dei tempi sembrano avvitarsi in modo rotatorio intorno alla figura del Cristo agonizzante; l’armata rossa, le sinagoghe in fiamme, la diaspora degli ebrei, la presenza del Male nel mondo si avvicendano e si rincorrono, mentre fisso sulla scena, sconfitto e vincitore, l’Unto, ebreo tra ebrei, spira per l’umanità.    

Menzione speciale all’opera di Vincenzo Vela, La preghiera del mattino del 1846; non è molto conosciuta, rispetto alle sculture più celebri di Canova, Bernini etc., ma è sicuramente la più intensa e suggestiva di tutto il percorso. Spiritualità e realismo plastico sono esaltate nelle forme leggiadre di una fanciulla assorta nella preghiera. La presenza di Dio si percepisce non come raffigurazione esplicitata, ma come fenomeno interiore che s’irradia dalla figura femminile, ascetica e concentrata, al mondo intero.









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