lunedì 30 marzo 2009

Memorie dal confine 31

La cultura è un “affare” polveroso, sacrificante, sacro. Essa comporta dedizione, esercizio e “ascesi”.

C’è cultura e cultura…!

La politica strumentalizza e fagocita tutto ciò che alimenta il proprio funzionamento; promuovere cultura, in termini politici, significa troppo spesso autopromuoversi


di Romano Pesavento

“La cultura è atto di libera scelta personale. La politica è forzata aderenza ad una condizione economica. Allorché la cultura diventa subordinata alla politica perde la sua essenza e le sue capacità di difesa dei valori che ha scelto.
Ma deve la politica aiutare la cultura? Sì, ma deve aiutarla ad essere quella che può soltanto essere.
D’altra parte, la libera scelta è atto già politico e per questo la politica deve dare credito alle battaglie che la cultura compie, senza rifugiarsi nell’astrazione di presunti valori assoluti.” (Gramsci A., La formazione dell’uomo, Editori Riuniti,1974)
Questa settimana partiamo da alcune riflessioni di Antonio Gramsci su un tema assai controverso e di natura fortemente complessa: il rapporto cultura/politica. Innanzitutto, già definire il concetto di cultura in sé è impresa assai ardua, anche se mai come in questi tempi sciagurati è tutto un continuo appellarsi - accoratamente – al supremo valore della cultura. Già, pare che al giorno d’oggi tutto sia diventato magicamente e bulimicamente cultura: da saggi di danza sgangherati di fine anno eseguiti con sussiego da ballerine spesso sgraziate, in carne e completamente negate per l’arte di Tersicore, alle sagre di crustoli, patate e bolliti di varia consistenza e “identità”. Per non parlare di altre manifestazioni, immancabilmente definite come “culturali”, come mostre di autentici “mostri” - per citare i Peanuts –, vale a dire le terrificanti esposizioni di opere in tecnica mista di giovani e improbabili artisti in via di affermazione! O le “mitiche”, promozionali, sfilate di abiti da sposa e non, con relativo contorno di sgambettanti e giulive – magari studentesse universitarie - miss Gengiva gioiosa o miss Polpaccio persuasivo. Che manchi proprio qui la cul tura è un’eresia, ne conveniamo.
Che dire poi delle attività sportive - e invariabilmente “culturali” anch’esse, come insegnano le nostre mai (!) dimenticate radici magno- greche-? Dalla corsa dei sacchi, alla gara a chi ingolla più cocomero, a Ferragosto tutto fa brodo. Pardon, cultura!
Dulcis in fundo: i convegni. Che aria di approfondimento e di arricchimento spirituale si respira in queste occasioni: mentre si dibatte un argomento “culturale” - Filolao, Pitagora, l’estinzione della formica verdognola del Venezuela - i pochi astanti vengono colti da improvvise “botte di sonno”, mentre la palpebra frana rovinosamente e ingloriosamente. Come mai? Forse non si è all’altezza dei colti ed eloquenti relatori di turno, giunti appositamente per noi dalla dotta università di X; forse quest’ultimi non sono poi così magnetici o forse il tema in oggetto, in realtà, non suscita interesse.
Dunque, da quanto detto fin ora, si evince che la cultura è questione ben diversa dalle, chiamiamole così, svariate forme d’intrattenimento - più o meno riuscite - elencate sopra forse con eccessivo, ma non immotivato, sarcasmo.
La cultura è un “affare” polveroso, sacrificante, sacro. Essa comporta dedizione, esercizio e “ascesi”.
Non è “divertente” nelle sue forme più alte e nobili, perché comporta riflessione, tempi lunghi.
Eppure implica un profondo appagamento spirituale per chi vi si dedica con metodo e passione. È una scoperta; è una ricerca che si snoda tra ostacoli e battute d’arresto. Ma che gratifica e incoraggia. La cultura è nella sua essenza più pura, come ammonisce Gramsci, libertà.
Libertà di aderire, rifiutare, condividere, trasmettere, innovare, conservare, dissentire e soprattutto azzerare secoli e distanze geografiche. La cultura dovrebbe -e qui il condizionale è proprio d’obbligo – essere preservata, proprio per queste sue caratteristiche intrinseche, dall’asservimento al potere; eppure, sappiamo bene quanto questo sia stato - e sia difficile da realizzare: basti pensare ai totalitarismi,ai regimi dittatoriali o a forme censorie di potere più subdole ma non meno “offensive” nei confronti della libertà di ricerca ed espressione.
La politica, nei riguardi della cultura, sostiene Gramsci: deve aiutarla ad essere quella che può soltanto essere.
Obiettivo, purtroppo, utopico, specie nella nostra città: di solito la politica strumentalizza e fagocita tutto ciò che alimenta il proprio funzionamento. Promuovere cultura, in termini politici, significa troppo spesso autopromuoversi.
Da qui, il proliferare di tante iniziative che poco o nulla hanno di “culturale”, ma che magari contribuiscono sostanziosamente a rastrellare voti o cementare amicizie, legami e strategie.
Questo meccanismo perverso è decisamente quanto di più alieno ed ostile alla cultura possa esistere.
La cultura, nome astratto per antonomasia, vive appunto di “astrazione”, di “immaterialità”, di puro spirito; ciò non significa, tuttavia, che essa sia estranea ai problemi attuali e di ordinaria “disperazione”; anzi, la cultura autentica, quella lontana dal nozionismo, dalla partigianeria e dagli abusi di potere - con le dovute eccezioni esito di periodi storici piuttosto remoti dalla sensibilità dell’epoca attuale - tendenzialmente, ha promosso, perseguito e celebrato il massimo rispetto per la dignità di tutti gli esseri umani.
La cultura è “studiare” con passione e tenacia, senza improvvisazioni o preclusioni, le forme più alte del pensiero umano: letteratura, arte, scienza.
Dell’uomo di cultura ciascuno di noi ha una sua immagine, a volte un po’ agiografica, personale: si pensa sempre ad individui “peculiari”, magari vagamente stravaganti, ma saggi; quasi sempre dagli intellettuali ci si aspetta una condotta morale irreprensibile. Non sempre è così: c’è chi per un ideale di verità ha subito stoicamente carcere, confino, esilio e torture; ma c’è anche chi, di natura più debole, si è arreso alle lusinghe o alle minacce del potere.
Non è il caso di commentare le scelte altrui; tuttavia, ci piace l’idea di lasciare ai lettori un suggestivo profilo dell’uomo libero, menzionato dallo stesso Gramsci, ad opera di Rudyard Kipling, che noi intendiamo associare all’identikit tipo del libero pensatore: “Se puoi conservarti calmo, mentre tutti attorno a te hanno perduto la testa, e dicono che ciò è per colpa tua,/Se sei sicuro di te mentre tutti ne dubitano, e tuttavia puoi trovare delle scuse per questo dubbio,/ Se puoi aspettare, senza stancarti di aspettare,/ Se vivendo in mezzo alla menzogna non smentisci,/ O, essendo odiato, non ti lasci trasportare dall’odio, non avendo l’aria, pertanto, di essere troppo buono, né troppo saggio,/ Se puoi sognare senza essere schiavo del tuo sogno,/ Se sai pensare, senza fare del pensiero il solo scopo della tua vita,/ Se, imbattendoti nel successo o nel disastro, tu tratti questi due impostori allo stesso modo,/ Se puoi sentirti ripetere la verità che hai espresso, imbellettata dai furbi per prendere in trappola gli scemi,/Se puoi guardare le cose che hai creato spezzarsi, e se, abbassandoti, tu le ricostruisci con strumenti già usati,/ Se puoi fare un mucchio di tutti i tuoi guadagni, arrischiarli con un sol colpo di fortuna, gettare il dado, perderli, ricominciare tutto dal principio, senza mai dir parola sulla tua perdita,Se puoi costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi nervi, i tuoi muscoli, a servirti a lungo, anche dopo che essi si sono logorati, e così tener fermo, quando non avrai in te altro che la volontà che dice al resto: sii fermo,/ Se puoi parlare alle moltitudini conservando la tua virtù, e parlare con i re conservando il senso comune,/ Se un nemico non può ferirti, e neppure un amico,/ Se tutti gli uomini hanno un valore per te, ma nessuno di essi troppo,/ Se riesci a riempire il minuto che non perdona con sessanta secondi che valgono la distanza percorsa…./Allora la terra sarà tua e tutto ciò che essa contiene e, ciò che più importa, tu sarai un Uomo.” (Kipling R. cit. di Gramsci sta in Breviario per laici, 17.12.1916, Avanti, rubrica Sotto la Mole)
Pubblicata su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 27 del 06/07/2007

Report su Italica


L'Italica è ormeggiata da più di 3 mesi nel porto pitagorico


Il gigante prigioniero delle sabbie mobili crotonesi

La storia di una spedizione per l'Antartide arenatasi a Crotone


di Romano Pesavento

È un’immagine veramente sconfortante quella che appare agli occhi di chi ama la scienza e la natura: la rompighiaccio Italica ormeggiata presso il molo foraneo del porto industriale di Crotone, da quasi tre mesi, in compagnia di carrette del mare, veicolo di trasporto privilegiato per gli extracomunitari in viaggio verso la terra della libertà (?).
La nave maestosa, lunga 130 metri per una stazza di 5.825 tonnellate con un pescaggio di 6,93 metri, oltre ad essere una nave da ricerca (M/N = Moto Nave) costruita nel 1981 nei cantiere di Vyborg in Russia ed entrata in servizio nel 1983 e di proprietà dell'armatore, la società Diamar, è un simbolo della ricerca scientifica italiana nell’Antartide.
Antartide, il mitico continente dei ghiacci. Chi non è mai andato a visitarlo con la fantasia ripercorrendo le imprese di Amundsen e Scott? Lontano dalle città maleodoranti e rumorose, immerso nella pace australe, lì, scolpita nei ghiacci giace la storia della nostra galassia.Ogni metro di ghiaccio e di neve, raccontano qualcosa. Li si può studiare l'Universo come in nessuna altra parte del nostro mondo.

Infatti, lo scopo dell’Italica è proprio quello di ospitare ricercatori e scienziati impegnati a svolgere attività di ricerca oceanografica chimica e fisica, di geologia e biologia marina. Ricordiamo che i ghiacci polari costituiscono l’archivio naturale più dettagliato e completo della storia del clima e dell’atmosfera terrestre nelle ultime decine-centinaia di migliaia di anni, e rappresentano una risorsa di fondamentale importanza per gli studi sul “Global Change” (Cambiamento climatico globale).
In precedenza l’utilità del rompighiaccio è stato preziosa per il raggiungimento di alcuni importanti risultati scientifici, in parte già pubblicati su prestigiose riviste internazionali; essi hanno permesso un avanzamento significativo nello studio delle variazioni climatiche del passato. Attraverso le perforazioni e l’estrazione delle carote di ghiaccio polare si riesce ad acquisire una documentazione continua degli ultimi 820.000 anni, periodi in cui si sono succeduti 9 principali cicli climatici glaciali/interglaciali, molto probabilmente innescati dalle variazioni di insolazione dovute a cause astronomiche.

Le principali caratteristiche della nave Italica:
- Classe ghiaccio: 100 A 1.1 Ria, RG1, Ice 1A Super
- Lunghezza: 130 m
- Larghezza: 17.3 m
- Pescaggio: 6.93 m
- Stazza lorda: 6.000 t
- Capacità cargo: 4.000 mc
- Bigo: 3 da 20 t + 1 da 40 t
- Potenza: 6.100 HP
- Motori ausiliari: 3 generatori diesel da 400 KVA + 1 da 125 KVA
- Helideck per Bell 212: 1
- Pontone: L = 13.50 m / L = 4.7 m portata circa 35 t
- Pilotina: con capacità di 15 persone
- Capacità tanker: circa 820 mc di combustibile tipo JP8
- Equipaggio: 93 membri
- Personale scientifico: 27 membri.

Ormai è noto a tutti che, molto probabilmente, per la mancanza di fondi, la ventiquattresima spedizione per quest’anno non potrà più salpare. L'ultima - la numero 23 - si è svolta dal 13 dicembre 2007 al 13 marzo 2008 in Antartide nel Mare di Ross, Baia Terra Nova, presso la stazione italiana "Mario Zucchellì".
Si perde così una nave che in precedenza aveva operato inizialmente come cargo e per il trasporto di personale e che, ultimamente, dal 1994 ad oggi, è stata invece utilizzata per le campagne oceanografiche e per trasportare carburante.
Per tal motivo, risulta, ancora una volta, avvilente annotare come nel nostro Paese si registri una totale mancanza di sensibilità sui temi caratterizzanti la vivibilità dell’uomo e la ricerca scientifica. Il nostro futuro dipende anche, perdonateci il gioco di parole, da una poderosa inversione di rotta.

Pubblicato su la Provincia KR - Anno XVI n.11 del 20.03.2009

lunedì 16 marzo 2009

Memorie dal confine 30

Occorre passare al più presto dai programmi all’azione per una effettiva e concreta risposta ai bisogni della collettività crotonese

Non sono le promesse che contano!

Voi giovani, di qualsiasi gruppo sociale, avete i vostri obiettivi. Combattete per realizzarli, presentatevi ad ogni partito e chiedete a tutti di dichiarare la loro posizione, di pronunciarsi sulle questioni che vi interessano


di Romano Pesavento

Il caldo afoso che entra in tutti i vicoli e le strade della città, propagando lungo la sua scia torrida insopportabili tracce di ristagno e di odori sgradevoli, segno vistoso della endemica trascuratezza in cui versa una città abbandonata da Dio e – specialmente - dagli uomini, mi suggerisce, per qualche bizzarro nesso analogico, un tagliente parallelismo di Palmiro Togliatti “vibrato” nei confronti di un candidato della DC, assimilato per ironico dileggio alla figura di un certo dottor Grillo, personaggio caratteristico della novellistica comica italiana. Egli era “un medico che, quando andava da un malato, gli sentiva il polso, con la punta del bastone; e poi, quando si trattava di dare la ricetta, dava a tutti la solita ricetta accompagnata da un: che Dio ve la mandi buona”(Togliatti P., Manifestazione di giovani, l’Unità 5 maggio 1958). Personalmente, ritengo che la nostra realtà, in questo preciso momento storico, abbondi in ogni settore della vita pubblica e politico-amministrativa di novelli e perniciosi “DOTTORI GRILLO”. Quanti pseudo plurititolati o, paradossalmente, quanti alti funzionari, sprovvisti invece di qualunque qualifica, operano nei punti nevralgici della nostra comunità con lo stesso raggelante spirito di servizio del leggendario dottor Grillo? Il bastone come prolungamento di mani restie al contatto, al “contagio”, indica il disprezzo, la mancanza di reale coinvolgimento nei confronti del malessere altrui; soprattutto impone la distanza di sicurezza tra chi sta bene e chi invece annaspa. Distanza che deve essere conservata e mantenuta a tutti i costi. Inoltre, chi visita con un bastone, difficilmente si impegnerà per capire autenticamente le cause di un disagio. Forse per incapacità professionale o forse per semplice menefreghismo; in ogni caso una simile condotta non può che condurre alla solita ricetta: affidarsi al buon Dio, dal momento che gli uomini hanno ben altro da fare.
Occorre, quindi, che ognuno cominci a fare della salutare autocritica. Certo, non parlo di semplice critica astratta, cosa che non serve a nessuno, ma di un contributo reale che conduca verso un miglioramento dello stato attuale. Voglio provocatoriamente citare Josif Stalin, un personaggio che ebbe nella storia delle gravi responsabilità e colpe sulle quali non è opportuno soffermarsi, dal momento che lasciamo agli storici di professione tale compito. Ebbene, egli in uno dei suoi discorsi osservò in maniera molto ragionevole che chi dirige deve essere sempre soggetto al giudizio e al controllo della collettività: “Si dice che i vincitori non si giudicano, che non li si deve criticare né controllare. Non è vero. I vincitori si possono e si devono giudicare. Li si può e li si deve criticare e controllare. Ciò è utile tanto per la causa, ma per gli stessi vincitori; vi sarà meno boria e più modestia.”(Stalin J., Discorso alla riunione elettorale della circoscrizione “Stalin” di Mosca, 09.02.1946, Edizione in lingue estere, Mosca 1946)
Stalin parlava di due fattori da tenere sotto osservazione nel contegno in una classe dirigente: la boria e la modestia. La prima, di per sé esecrabile, non manca, anzi abbonda nei “dottori Grillo” di Crotone: essi, completamente privi di umiltà, ritengono di essere al di sopra di qualsiasi valutazione o critica negativa. Questa condotta del tutto spregiudicata, unita al tragico fatalismo tipico delle nostre regioni, conduce ad un atteggiamento rinunciatario e indifferente da parte dei cittadini, i quali sempre più insensibili ed indifferenti alle beghe dei potenti di turno, si allontanano dalla politica e dalla partecipazione alla “cosa pubblica”.
Così i pessimi costumi le condotte riprovevoli si cristallizzano, si “cronicizzato”, con il risultato fatale che ogni generazione,alla resa dei conti, sia uguale alle altre. Invece, Togliatti, citando Labriola, sosteneva che le nuove generazioni avessero il compito di rinnovare le istituzioni e contribuire concretamente ai processi di crescita della società: “Antonio Labriola, in uno dei suoi saggi, pubblicato frammentariamente sulla base degli appunti delle sue lezioni, si batte attorno al problema di definire che cosa è un secolo e dopo ampia discussione conclude che ciò che conta non è la misura soggettiva del tempo, ma è il contenuto dei processi che si compiono nella società. Credo che questo valga anche per il concetto di generazione nuova. Si può parlare di una generazione nuova quando si manifestino nell’orientamento ideale e pratico degli uomini e delle donne, che si affacciano come giovani alla vita, determinati elementi omogenei e nuovi, che si sono accumulati per il maturare di nuovi problemi, per l’accumularsi di una esperienza nuova, perché attraverso il maturare di questi problemi il formarsi di questa esperienza, nuovi interrogativi si pongono agli uomini riguardo alla loro vita di oggi e riguardo alla loro vita di domani, e risposte nuove incominciano ad essere date. Allora vi è veramente, o almeno incomincia ad apparire, quella che noi chiamiamo una generazione nuova. La quale però non si rivela mai per l’esplosione, ma si manifesta in un processo di sviluppo in cui si parte da determinati dibattiti, dubbi e posizioni, e si lavora su essi e si giunge ad affermazioni, manifestazioni, azioni e lotte di natura fondamentale.”(Togliatti P., Intervento al Comitato centrale del PCI, Roma, 9 giugno 1961)
Ancora Togliatti invitava i giovani a farsi avanti, a credere nelle proprie idee, perseguire i propri obiettivi;il segretario del PCI li incoraggiava ad affrontare i politici apertamente nell’esercizio delle svariate funzioni: dare risposte, dichiarare i propri intenti e realizzare i progetti sbandierati enfaticamente: “Con questa stessa chiarezza noi ci rivolgiamo ai giovani, per dire loro: possiamo promettervi che le amministrazioni popolari vi daranno, come hanno sempre dato le amministrazioni comuniste e socialiste, più di quanto non abbia dato qualunque altra amministrazione comunale. Ma diciamolo pure: non sono le promesse che contano: ciò che conta è che voi stessi vi facciate avanti e conquistate il vostro avvenire. Voi giovani, di qualsiasi gruppo sociale, avete i vostri obiettivi. Combattete per realizzarli, presentatevi ad ogni partito e chiedete a tutti di dichiarare la loro posizione, di pronunciarsi sulle questioni che vi interessano.” (Togliatti P., Discorso al XVI Congresso nazionale della FGCI, Genova, 2 ottobre 1960)
Sarebbe molto curioso se i giovani crotonesi andassero in giro per i partiti della città di Pitagora a chiedere conto dei programmi in cantiere. Sicuramente il rimedio per tutte le esigenze e le perplessità sarebbe suggerire l’emigrazione verso nuovi, più benevoli, orizzonti.
Tutto ciò senz’altro segna un divario sempre più profondo tra il principio di trasparenza e quello della politica. Asor Rosa ricorda come principio di trasparenza significhi: “riportare sotto gli occhi dei cittadini la formazione della decisione politica.” (Asor Rosa, La sinistra alla prova) Oggi nella nostra comunità tutto questo manca. Naturalmente, persone “superiori” potrebbero dire “tutto è relativo”. Voglio sottolineare che tale affermazione è impropria in questo caso, perché la moralità e l’etica devono comunque essere osservate con rigore, a prescindere dai comodi relativismi. A questo punto, non ci stupirebbe immaginare ironicamente e metaforicamente una fuga all’ “estero” anche della statua, tanto controversa, del noto cantautore Rino Gaetano, posta un tempo ben in vista sul lungo mare di Crotone, e ora giacente chissà dove.
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Foto: 1) Togliatti; 2) Togliatti, Ingrao, Nilde Iotti; 3) Antonio Labriola; 4) Togliatti.
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Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 26 del 29/06/2007

Memorie dal confine 29

Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause analizzare la situazione che l’ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo; questo è indizio di serietà di un partito

Un passo avanti e due indietro!

Essere comunista vuol dire essere umano, rinnovare in termini moderni l’esperienza paolina:“sono diventato tutto con tutti per fare salvi”


di Romano Pesavento

Il travaglio critico che mi spinge, ancora una volta, a fare qualche serena riflessione sugli amministratori locali è l’effetto sia del enorme dissesto in cui si trova, oggi, l’ambiente socio-economico crotonese, sia della scadente azione politica esercitata dalla classe dirigente. Certamente, da un lato è positivo che a gestire la cosa pubblica nella nostra città è una coalizione di centro-sinistra; tuttavia i fatti, le promesse che tutti noi ci aspettavamo all’indomani delle elezioni purtroppo rimangono disattese. Naturalmente, sono dell’idea che a Crotone non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. O meglio, quando si vogliono queste due cose si ottiene soltanto una deformazione della realtà, destinata sempre più a diventare caricaturale, e una politica democratica su cui grava nella società l’ombra del sospetto e che in fondo è affetta da “doppiezza”, “equivoco”, etc. fra gli stessi dirigenti politici.
A questo punto, partendo dalla considerazione che un concetto deve essere sempre esplicitamente chiarito e, soprattutto, massimamente condiviso, credo sia opportuno ricordare e farne tesoro quanto lo stesso Pietro Secchia ribadiva più volte nei suoi discorsi: “Riconoscere apertamente un errore, scoprirne le cause analizzare la situazione che l’ha generato, studiare attentamente i mezzi per correggerlo; questo è indizio di serietà di un partito; questo si chiama adempiere il proprio dovere, educare e istruire la classe, e quindi le masse” (cit. Lenin sta in Secchia P., Migliorare l’attività del partito per rafforzare l’unità, le lotte e l’organizzazione dei lavoratori, sta in Verso il VII congresso del PCI comitato centrale del PCI 10-12 ottobre 1950)
A Crotone, oggi, non si hanno idee chiare, non c’è una prospettiva, non si fa una scelta, ma ci si abbandona ad una sorta di cauto possibilismo che significa mancanza o logorio di principi. Manca il lavoro teorico che si fondi sull’analisi dell’attuale situazione. Ma in ogni caso, la gente vuole sapere verso che cosa si va, verso che cosa ci si propone di andare: ben s’intende, che le circostanze sono imprevedibili e non ipotecabili, ma la gente oggi ti segue solo se sa quali saranno le linee e le strategie politiche. È, quindi, un problema di scelte, di alternative cui non si sfugge: e mettersi a cavallo delle scelte inevitabili e perentorie non aiuta a restare in sella a lungo senza essere prima o poi disarcionato. Non si tratta solo di imparare ad analizzare la situazione, a dipingere e a fotografare il quadro, ma dobbiamo studiare e mettere in rilievo di più nei rapporti che cosa dobbiamo fare per cambiare un simile quadro.
In merito a ciò ricordo che basta leggere qualche libro di economia recente per capire che nella teoria economica, oggi, assume un ruolo sempre più importante la connessione tra dimensione locale e sviluppo di un area. In particolare, prende piede la necessità, sia a livello economico che empirico, di indagare fenomeni ed esperienze territoriali produttive. Tutto ciò con l’auspicio di poter fornire, naturalmente, al policy maker le informazioni necessarie a disegnare un piano di sviluppo concreto ed efficace. Occorre ribadire che è, certamente, difficile sostenere che oggi si sappia quale o quali fattori siano in grado di avviare un processo di sviluppo che sia in grado di autosostenersi nel tempo. Ciò che si può invece affermare con certezza è che la dimensione geografica e locale ha avuto - e anche oggi ha - un ruolo decisivo nell’individuazione di alcuni di questi fattori.
In altre e più semplici parole, si è riconosciuto a livello teorico oltre che empirico la necessità di indagare fenomeni ed esperienze territorialmente ben definite in una ricognizione dell’esistente che dia informazioni utili al policy maker per disegnare un piano di sviluppo che parta appunto dalle particolari caratteristiche di una area ben definita.
Detto questo, passo adesso all’azione politica. È importante, oggi, rafforzare e sviluppare l’unità della sinistra, per fare sì che essa costituisca una forza sempre più efficiente di influenza e di attrazione nei confronti della popolazione democratica e degli altri strati sociali. Certamente, se si vuole costruire anche nella nostra realtà l’unità delle sinistre, occorre non formalizzarsi su degli schemi astratti e sulle divisioni politiche, ma lavorare sulle azioni comuni. A tal proposito, è importante ricordare quanto lo stesso Secchia scriveva in una lettera indirizzata a De Martino: “Il primo passo verso la concretezza è quello di operare per difendere quell’unità che già è realizzata, ma che occorre rinsaldare, consolidare, in un certo senso rifare ogni giorno perché ogni giorno la vita ci pone problemi sui quali è possibile non soltanto lo scontro, ma soprattutto l’incontro. Per ogni due questioni su cu possiamo non trovarci d’accordo, ve ne sono sempre dieci sulle quali socialisti e comunisti dobbiamo e possiamo essere uniti. E sulle questioni sulle quali non ci troviamo d’accordo dobbiamo discutere pazientemente, fraternamente, con il pieno diritto reciproco di sostenere le nostre opinioni, senza la pretesa di imporle agli altri, con la convinzione legittima che ognuno ha di essere nel giusto, ma senza pretendere di possedere, noi o loro, la verità assoluta. In ogni caso, la nostra verità dobbiamo saperla dimostrare ai compagni socialisti, ai lavoratori di altre correnti politiche. Il ragionamento, naturalmente, vale anche per i compagni socialisti nei nostri confronti. Dobbiamo discutere e persuadere con la convinzione che fra uomini i quali vogliono sul serio realizzare il socialismo deve essere sempre possibile intendersi. L’intesa sarà sempre possibile e con i lavoratori socialisti e con i lavoratori d’ispirazione socialista e con i lavoratori di altre correnti politiche sul terreno delle lotte che dobbiamo condurre, non fuori dalla lotta perché al socialismo non si arriva senza le lotte economiche e politiche delle grandi masse popolari.” (lettera di Pietro Secchia a Ernesto de Martino,18 dicembre 1956 sta in Di Donato Riccardo, Compagni e amici, La nuova Italia, 1993, pg. 21 e seg.)
D’altronde, anche Togliatti in alcuni suoi discorsi e articoli aveva posto in essere tale questione. Ricordiamo, infatti, che in un articolo su Rinascita così scriveva: “Noi manteniamo, per lo sviluppo del movimento delle classi lavoratrici del nostro paese, la prospettiva che abbiamo senza equivoci indicata nelle nostre più recenti decisioni. Vediamo, vogliamo mantenere aperta in tutte le direzioni e tendiamo a realizzare la possibilità di un incontro, di una comprensione reciproca e di una intesa tra tutte le forze organizzate che si muovono per avanzare verso il socialismo attraverso un rinnovamento democratico e una riforma delle strutture economiche e politiche del nostro paese. Questa non è, per noi, una frase da inserire, allo scopo di aver applauso, in un comizio orientato, per il suo contenuto, in senso precisamente opposto. È una prospettiva reale, che vogliamo attuare con un grande lavoro, di elaborazione politica e di critica (…) Da tutta la storia nostra, dai dibattiti interni, dagli insuccessi, dai successi e dalle vittorie che abbiamo riportato esce una vocazione unitaria, alla quale restiamo e resteremo fedeli.” (Togliatti, P., Dialettica unitari, Rinascita, 1964)
Che cosa si deve concludere da tutto questo? Si deve concludere che bisogna al più presto mettere da parte qualsiasi astio, ostilità e cominciare a lavorare seriamente sulle azioni politiche e i programmi. Un esame sereno e oggettivo dei fatti ci porta, infatti, a ritenere che nel periodo in cui oggi viviamo è necessario se non essenziale stare uniti per gestire e governare i processi.
A questo punto, possiamo anche questa settimana trarre le nostre conclusioni. Ai nostri lettori proponiamo un breve testo di Ernesto De Martino, il quale spiega, con parole semplici e ricche di saggezza un modo di essere, che per lo scrittore dovrebbe costituire l’essenza dell’agire politico di tutti coloro che si riconoscono nei valori del socialismo e del comunismo. Purtroppo, raramente, oggi, specie nel nostra realtà, possiamo ritrovare una tale potenza di significato così evocativa e suggestiva. “Essere comunista vuol dire essere umano, rinnovare in termini moderni l’esperienza paolina: “sono diventato tutto con tutti per fare salvi”.
Essere comunisti vuol dire volgersi al mondo dei poveri e dei semplici, a quella parte dell’umanità che gli uomini cercano di mantenere fuori della storia e che vive orfana nella nostalgia di una cultura che sta come un al di là vago e misterioso.
Essere comunisti significa sentire la vergogna, anzi la colpa, di tutto lo spirito che potrebbe essere e che non è, di tutta la bellezza deviata, di tutta la verità rimasta a bella strada (sic), di tutta la vita morale soffocata, di tutta l’umanità e la cultura insidiata a cagione del modo di esistenza e della società.” (Ernesto de Martino, pensieri, 25 maggio 1961)
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 25 del 22/06/2007

venerdì 13 marzo 2009

Memorie dal confine 28

La natura dell’ordinamento cambierà radicalmente solo quando saremo riusciti a cambiare le classi dirigenti della società crotonese

La questione della questione!

A Crotone occorre uscire, al più presto, dall’improvvisazione ed avere una più intensa circolazione di idee e di insegnamenti all’interno dei partiti di sinistra


di Romano Pesavento

Siamo giunti ormai in estate. La stagione delle docce fredde, della sabbia assolata, calda e abbacinante della spiaggia, degli ombrelloni colorati, dei sudori grondanti, delle ferie per chi può permetterselo, delle mosche e delle zanzare.
E così, mentre tutto scorre, tutto passa, – Eraclito docet! - ci accorgiamo ancora una volta che nemmeno l’abbronzatura e i bagni allontanano dal pensiero dei più critici o dei più insoddisfatti, che sono poi la maggioranza dei crotonesi, la scontentezza per gli svariati problemi della nostra comunità.
Il fatto è che si è arrivati a un punto, oltre il quale determinate fasce della cittadinanza, le più cospicue e deboli, quelle degli uomini che vivono del loro lavoro, nelle fabbriche, nei campi, negli uffici, non possono più andare avanti. Siamo arrivati all’osso: con un tasso di disoccupazione quasi vicino al 19%; con salari, per comune riconoscimento inferiori, e di molto inferiori per la maggioranza delle categorie, alla metà di ciò che è necessario per vivere; con pensioni che, non è retorico, definire “da fame”. Già, perché vi è anche chi, a Crotone, vive nell’indigenza più totale . Ormai la disgregazione morale, il dilagare dei vizi e della corruzione in città non sono altro che una diretta, disastrosa, conseguenza del cinismo e della strafottenza di intere generazioni di politici più propensi a coltivare i propri interessi che a salvaguardare, garantire e tutelare il benessere collettivo o il rispetto delle istituzioni.
Sul frontone del palazzo dove siedono e lavorano i nostri amministratori, oggi si scrive: “Qui si vive alla giornata”. La peggiore delle cose è che tale, discutibile, tristissimo “motto” stia proprio ben in evidenza, collocato in un luogo in cui siedono e lavorano coloro i quali dovrebbero progettare e programmare lo sviluppo della nostra comunità. Oggi non si può, né si deve, vivere alla giornata. Bisogna saper prevedere. Occorre prevedere. Soprattutto, perché, per tantissimi lavoratori, le condizioni di esistenza sono diventate insopportabili. Urge delineare un efficace piano strategico di sviluppo e lavorare alla realizzazione di esso. È opportuno,allo stato attuale,stilare un programma di emergenza elaborato nella provincia con il contributo dei rappresentanti di tutte le categorie di lavoratori e dei produttori, in modo che tutto il popolo veda e “tocchi” un coinvolgimento serio e proficuo di tutti gli agenti attivi della cittadinanza .
Si tratta, quindi, di svolgere un’azione di rinnovamento che modifichi la struttura, l’organizzazione economica e sociale di Crotone. Oggi i nostri amministratori non possono nemmeno impostare la soluzione di nessuna questione singola, senza trovarsi davanti a problematiche profonde, di sostanza, che richiedono una “lettura”/approccio capillare e globale. Necessita rinnovare Crotone ed occorre rinnovarla nel senso, innanzitutto, di una maggiore giustizia sociale, di una migliore trasparenza amministrativa e di una più consapevole solidarietà sociale.
Si deve categoricamente uscire, al più presto, dall’improvvisazione e favorire una più intensa circolazione di idee e di insegnamenti all’interno dei partiti di sinistra. Si esige il “nuovo”. Occorre distruggere completamente la politica dei manichini. Circa questo “tema”, mi viene in mente una canzone di Renato Zero, che così recita: “Manichini senza volto, senza età. Manichini nelle mani di chi è manichino già, manichini in vecchie facce manichini noi, manichini saremo sempre fino a quando vorrai. Il manichino si lascia andare, si abbandona al tuo volere. Il manichino spera sempre che la sua sorte cambierà”
Tutto ciò significa soprattutto avvicinare i giovani all’azione politica attraverso il rinnovamento dei quadri dirigenti. In merito a ciò, voglio ricordare le parole espresse da Pietro Secchia :“Dobbiamo spezzare certi ostacoli che qua e là si frappongono all’ascesa di nuovi giovani quadri. Ostacoli del genere ve ne sono in certe sezioni, direi anche in certi comitati federali. Nel partito vi è lavoro per tutti e vi è deficienza di quadri. Non dobbiamo quindi avere alcun timore ad imprimere maggior slancio ad una politica di quadri che faciliti lo sviluppo e l’ascesa dei giovani quadri a posti di maggiore responsabilità.
Foto: da sinistra a destra Pietro Secchia, Pamiro Togliatti e Luigi Longo
Quando un compagno dirigente di una organizzazione dopo tre, quattro anni di lavoro non ha saputo formare, non dico dieci, ma uno o due compagni in grado di sostituirlo nella direzione dell’organizzazione, significa che quel dirigente è mancato completamente in uno dei compiti principali, significa che quel compagno manca di una delle qualità essenziali del dirigente: saper far lavorare i compagni, educarli, formarli, portarli avanti. In quelle organizzazioni dove è ostacolata se non chiusa la possibilità all’avanzamento dei giovani quadri, là dove malgrado i difetti e le lacune, anche gravi di certe organizzazioni sono sempre gli stessi compagni che per anni ed anni rimangono allo stesso posto a fare lo stesso lavoro, significa che non si fa una politica dei quadri.
Una politica dei quadri non la si fa, là dove non c’è studio, non c’è lavoro per utilizzare meglio i quadri, per spostare certi da una attività all’altra, per migliorare la composizione di certi organismi dirigenti.” (Secchia P., Migliorare l’attività del partito per rafforzare l’unità, le lotte e l’organizzazione dei lavoratori, sta in Verso il VII congresso del PCI comitato centrale del PCI 10-12 ottobre 1950)
Come più volte evidenziato, la questione giovanile risulta essere di enorme importanza per lo sviluppo di una comunità, di un partito e di quadri dirigenti efficienti . Penso, inoltre, sia oggi utile riproporre le parole di Togliatti, che, sul tema dei giovani, così scriveva: “Occupatevi delle situazioni dei giovani, se volete che essi si avvicinano a noi, incomincino a comprendere i nostri obiettivi e il nostro ideale. E questo non solo tra i giovani operai e contadini. Anche tra gli studenti, non accontentiamoci, quando andiamo tra gli studenti delle scuole medie o universitarie, di porre problemi generali, che forse non li interessano ancora del tutto, o forse li interesseranno solo più tardi. Vediamo come sono trattati nella scuola, quante ore lavorano, come sono guidati nel lavoro. Si deve anche per loro avere delle rivendicazioni immediate: un dato numero di ore a scuola, per esempio, e non di più, e la organizzazione di un doposcuola li aiuti nel lavoro quotidiano, perché siano possibili lo sport, il divertimento, lo sviluppo pieno della personalità del giovane e così via. (…) Parlando di rinnovamento, poi, non avevamo di mira una semplice operazione di quadri, la sostituzione di un gruppo di dirigenti a un altro.

Queste sono cose abbastanza facili a farsi, e che fatte così, a freddo, per sostituire un giovane a un vecchio, un vecchio a un giovane, o un capace a un incapace, o simili non ci danno ancora un processo di rinnovamento. Rinnovamento è stato ed è il processo di ricerca più profonda ed elaborazione più attenta di una politica, attraverso il dibattito democratico nel partito; l’indagine coraggiosa, l’invenzione audace, e la critica, quindi, delle manchevolezze che nel passato particolarmente ci impedirono i necessari collegamenti con nuovi gruppi sociali, presentando il volto del nostro partito a tutta la popolazione, così come esso è, e come deve essere presentato e creando quindi condizioni più favorevoli a un nuovo balzo avanti.” (Togliatti P., Per avanzare verso il socialismo – Rapporto al IX Congresso del PCI, Editori riuniti, 1960, pg. 111 e succ.)
In conclusione, voglio spendere ancora qualche parola sulle attività amministrative crotonesi. Naturalmente, il rischio che oggi corriamo nella nostra provincia è che la politica possa sempre più assomigliare ad una farsa proposta da consumati commedianti,in cui ideali e programmi non siano altro che “effetti speciali”ad uso e consumo di spettatori di palato non fine . In tutto ciò vi è anche il pericolo che i partiti perdano completamente la loro funzione sociale. Ricordo, infatti, a chi l’avesse dimenticato, che teoricamente, o piuttosto ufficialmente, partito è un gruppo di uomini aventi identità di convinzione circa il modo migliore di organizzare la vita sociale, allo scopo di raggiungere il “bene” della collettività. E allora, che fare? La strada più naturale per giungere ad un approdo fruttuoso è ,secondo la mia opinione, quella che lo stesso Togliatti indicò nel suo programma politico e che riportiamo: “Questo avviene perchè nelle organizzazioni di base del partito la vita politica è ancora scarsa. È scarsa anche nei comitati direttivi locali, dove alle volte è sostituita da riunioni un po’ burocratiche, con grandi discussioni ma senza conclusioni e indicazioni di compiti concreti. Il risultato di tutto questo e di altri difetti è una ancora scarsa diffusione della nostra azione direttiva in tutto il popolo, perché vi sono molti compagni lasciati in disparte (…). Occorre quindi nel partito una più intensa vita politica, una più intensa attività ideologica e una maggiore cura della direzione concreta della nostra attività. Un esame infine, anche solo superficiale, dello sviluppo del partito in singole province e regioni, porta alla conclusione che quello che conta di più sono gli uomini che dirigono. Alla direzione delle nostre organizzazioni in tutte le istanze devono stare compagni capaci di attuare una politica che ci porti a una continua estensione della nostra influenza nella classe operaia e nel popolo.” (Togliatti P., Per un programma di pace, benessere, libertà, sta in Verso il VII congresso del PCI comitato centrale del PCI 10-12 ottobre 1950)
Non nascondiamoci, quindi, la realtà delle cose, ma adoperiamoci affinché il vento del rinnovamento possa entrare nelle stanze chiuse dei nostri partiti e portare nuove idee, esperienze, nuova linfa.
Solo cosi, eviteremo di ritrovarci come Dante nell’ultimo canto del Paradiso quando scrive:“Qual è colui che somniando vede,/ che dopo il sogno la passione impressa/ rimane, e l’altro alla mente non riede/ cotal son io, chè quasi tutta cessa/ mia visione, ed ancor mi distilla/ nel cor il dolce che nacque da essa./ Così la neve al sol si dissigilla;/ così al vento nelle fogli levi/ si perdea la sentenza di Sibilla.” (Dante Alighieri, Divina Commedia, Canto XXXIII, versi 58-66)


Pubblicato La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 24 del 15/06/2007

Memorie dal confine 27

Tanto nella prassi quotidiana quanto nella ricerca scientifica si parla di verità di un giudizio se, e solo se, questo giudizio si accorda con la realtà; nel caso contrario si parla di falsità di giudizio

La politica dei re smascherata!


Lo scontro politico oggi non investe più i grandi principi della costruzione della società, ma i criteri di godimento dei benefici che il sistema produce e distribuisce


di Romano Pesavento

C’è molta gente che oggi suda il salario e ci sono, invece, i “signori” per i quali un mensile rappresenta semplicemente un piacevole optional in più. Dico optional, in quanto la cifra percepita al mese dai suddetti, pochi, fortunati risulta essere una somma di più stipendi, provenienti dall’espletamento di molteplici funzioni o ruoli. In questo quadro sembrano essersi smarriti tutti quei concetti inneggianti all’integrità, alla trasparenza o alla difesa dell’accessibilità - per tutti!- ai posti di lavoro ben presenti, in passato, in tanti bei discorsi pre-elettorali. La società crotonese che abbiamo di fronte è sempre più frustrata, sottomessa, repressa, sfruttata - Rino Gaetano docet!- dai poteri economici forti. Tali poteri sono gli stessi che oggi dipingono di rosa il futuro e illudono il popolo con continue e fantomatiche promesse.
Pertanto, quando dico che oggi nulla si è creato o si è trasformato nella provincia di Crotone e che l’attività amministrativa, nella nostra città, si sviluppa e procede in modo troppo spesso “imperscrutabile”, ha poco da dissentire chi non condividesse tali affermazioni. Indignandosi e scuotendo le spalle non si dimostra alcunché. Bisogna venire all’esame dei fatti e al giudizio delle situazioni concrete e proprio in tale sede verificare volta per volta. L’osservazione che muovo è tanto più valida quando si discute precisamente di sviluppo, perché si tratta di un campo nel quale circolano, e spesso prevalgono, le frasi fatte, molto belle talora, alle quali, però, non si sa spesso quale contenuto si debba far corrispondere. Si sta dicendo da un po’ di tempo, per esempio, che Crotone debba essere “distretto energetico e polo del turismo culturale”. La “formula” è altisonante; funziona, non c’è dubbio: fa effetto e “presa” in un comizio televisivo. Può accontentare tutti, se la si inserisce in una risoluzione. Forse, si potrebbe renderla anche più efficace, trovando qualche altro sinonimo. Ma che cosa vuol dire, concretamente, questa fedeltà “al distretto energetico e al polo del turismo culturale”?. Certamente, nel propinare questa espressione/slogan d’assalto i nostri amministratori, come ricordavamo in principio, esprimono implicitamente un giudizio. Ma che cosa è un giudizio? Adam Schaff in un suo libro così lo definisce: “Un giudizio si definisce in questo quadro come un pensiero alla cui base sta il convincimento che una certa cosa stia in un certo modo. Di questo evento psichico possiamo dire sensatamente che è vero o falso, intendendo con ciò che esso è in accordo oppure no con la realtà obiettiva (qualcuno pensa col convincimento che qualcosa è in un certo modo, ed è in quel modo, ovvero no). I giudizi psicologici sono dunque caratterizzati dalla proprietà di essere veri o falsi. Quando diciamo che l’unità del reale consiste nella sua materialità e affermiamo che nel mondo esistono solo la materialità, le sue proprietà e le sue funzioni (nel senso letterale dell’espressioni), intendiamo servirci, come è noto, di una locuzione abbreviata: e pertanto è ovvio che quando parliamo di giudizi veri o falsi intendiamo effettivamente parlare di uomini che giudicano veracemente o falsamente, ossia di una proprietà o funzione della materia a un altro grado i organizzazione. L’affermazione del reismo, che non esistono giudizi psicologici, va accolta e condivisa in questo senso. La distinzione fra giudizi e proposizioni compiuta semplicemente caratterizzando in modo corretto queste come oggetto materiale, ciò che non compete ad altri,è invece insufficiente e malintesa, e conduce solo a oscurare il fatto che deve essere posto a delle indagini, ossia che la verità non compete mai alle proposizioni in quanto cose, ma alle proposizioni-giudizi.” (Schaff A., La teoria della verità nel materialismo e nell’idealismo, Feltrinelli, 1959, pg. 17)

L’analisi fatta da Adam Schaff ci fornisce qualche strumento per cominciare a comprendere la parola giudizio; altrove e in seguito lo stesso autore affronterà ed esaminerà un altro tipo di giudizio, quello logico. In questa sede, tuttavia, non vogliamo divagare sul pensiero filosofico che si è evoluto su tale concetto; per noi è sufficiente condividere, al momento, il pensiero dell’autore, che così si esprime: “se il processo conoscitivo, che presuppone l’esistenza conoscente e dell’oggetto da conoscere, risulta nel rispecchiamento della realtà obiettivamente esistente, nell’intelletto conoscente, e se di conseguenza verità (ossia il giudizio vero) è il rispecchiamento almeno parzialmente fedele della realtà, qualunque giudizio vero è sempre e soltanto un giudizio in accordo con la realtà.” (Schaff A., La teoria della verità nel materialismo e nell’idealismo, Feltrinelli, 1959, pg. 18)
Ritorniamo così alla nostra domanda. Non intendo qui discutere la pretesa validità di queste affermazioni sul terreno della dottrina. Mi limito ad alcune elementari considerazioni storiche e politiche, perché queste sono sotto ogni aspetto doverose, a mio parere. Tutti sanno che Crotone è stato un polo industriale per diversi decenni; quando tale struttura è entrata in crisi si è subito attuata un’altra strategia mirante a far decollare l’economia territoriale tramite il sostegno e l’incentivo ad iniziative industriali di diversa tipologia: il “celeberrimo” contratto d’area. Indubbiamente, non stiamo parlando di un fenomeno verificatosi in un remotissimo passato, come l’estinzione dei dinosauri, per cui non si possa approdare ad una ragionata e plausibile ricostruzione dei fatti o dei nessi di causa – effetto, per delinearne genesi, caratteristiche e “conclusione”. Non si discute, nella fattispecie, nemmeno di eventi di marginale importanza ,per i quali non valga la pena impegnare un minimo del nostro tempo per chiedersi come - e soprattutto perché - diavolo sia andato a finire (il) tutto rovinosamente!!! Oggi ci raccontano che occorre puntare sul turismo, magari quello culturale, e sul distretto energetico; pare addirittura che, in tal senso, si debba procedere il più velocemente possibile. Sono convinto che di tali argomenti si discuterà ancora a lungo. Magari si potranno fornire e scrivere, a sostegno di tale opinione, moltissimi documenti. Alla fine, però, si dovrà concludere che nessun giudizio può essere formulato senza prendere in esame gli obiettivi reali, economici e di potere, i loro reciproci rapporti, le circostanze e le condizioni del loro movimento, il grado di intervento della massa popolare nella nostra area politica, ecc.
Tali fattori oggi si pongono – impongono – con diverso ma tangibile peso ai differenti gruppi sociali e politici alla guida della provincia.
In merito a quest’ultimo aspetto, voglio ricordare quanto letto in questi giorni in un libro di Rusconi, il cui contenuto mi sembra molto importante per capire alcuni paradossi della nostra politica e fornire un’indicazione sulla questione posta: “Lo scontro politico oggi non investe più i grandi principi della costruzione della società, ma i criteri di godimento dei benefici che il sistema produce e distribuisce. Non ci sono più nemici da distruggere ma concorrenti da battere secondo regole virtualmente consensuali.

Foto: Gian Enrico Rusconi

Si apre così la lotta per lo sfruttamento unilaterale delle “regole del gioco”. Il risultato non è la pacificazione sociale, ma la creazione di conflitti più sofisticati e frustanti. È l’apoteosi del calcolo e del comportamento strategico: ma è anche una fase adulta della democrazia.” (Rusconi Gian Enrico, Giochi e paradossi in politica, Einaudi, 1989)
Non ci resta che piangere, potrebbe sostenere qualche “allegro” lettore. In verità, nella nostra realtà crotonese non ci rimane poi tanto “umorismo da vendere”. Forse sarebbe utile ricordare alla comunità quanto lo stesso Giovanni Zatta richiamava alla memoria in un suo discorso nel lontano 1797: “Popoli siete voi contenti di depositare la vostra felicità, le vostre sofferenze, le vostre sostanze, le vostre vite in tali soggetti circondati per lo più da persone disposte all’adulazione, maliziose, e da traditori, che coi loro raggiri infami non lasciano penetrare nei gabinetti dei re la verità, ed i cui interessi sono di tenerli deboli, ingiusti, e viziosi per tirarne profitto, e decidere a loro capriccio della vostra sorte? (…) E voi o cittadini costituiti in autorità, che vi occupate per un oggetto così salutare, saprete la forza, che ha l’esempio sui popoli: Voi dovete dimostrarvi energici, veri patrioti, e per essere tali ricordatevi, che vi vogliono anime grandi, estese cognizioni, cuori onesti, eroiche virtù” (Zatta G. La politica dei re smascherata, dalle stampe del cittadino Giovanni Zatta, Venezia, 1797)
Naturalmente tali riflessioni forse oggi commuovono o indignano pochi. Tutti ne siamo pienamente coscienti. Così le scelte saranno sempre più obbligate, le soluzioni incerte e precarie e le vittorie sempre più sconfitte. In un simile contesto furbi, genia capillarmente diffusa, giocando con il destino – degli altri, specialmente - balzeranno sul carro dei vincitori; idee, progetti e pensieri, probabilmente, cederanno il posto ad immagini, sbiadite, irriconoscibili; a prospettive, deboli, instabili. In conclusione, voglio citare e richiamare alla mente, ancora una volta, dei nostri amministratori, quanto scriveva Palmiro Togliatti: “La società socialista è una società nuova, ricca per i consumi, per lo sviluppo dell’istruzione e della cultura, ma soprattutto per la fine dello sfruttamento e quindi della lotta spesso mortale tra gli uomini per il benessere e la ricchezza. È una società il cui scopo è di fornire a tutti gli uomini i beni necessari per vivere serenamente e in pace, per migliorare se stessi. È una società che chiama tutti gi uomini a lavorare assieme, a collaborare per assicurare la soluzione dei problemi economici e sociali; che li chiama tutti a contribuire con l’opera loro per decidere il destino di tutta l’umanità. Sorge oggi con sempre maggior frequenza, dalla letteratura e dalle altre forme d’arte, la denuncia della solitudine dell’uomo moderno, che anche quando può disporre di tutti i beni della terra pure non riesce più a comunicare con gli altri uomini, si sente come chiuso in un carcere dal quale non può uscire. Questo è il destino dell’uomo, io credo, in una società che lo esclude dalla partecipazione a una edificazione sociale che si opera comune di tutti.(..) Solo in una società socialista l’uomo non è più solo e l’umanità diventa davvero una vivente unità, attraverso il molteplice sviluppo della persona di tutti gli uomini e la loro continua, organica partecipazione a un’opera comune.” (Togliatti P., Relazione al X Congresso del PCI, dicembre 1962)
Con tutto ciò intendo rafforzare, quindi, ed attualizzare l’idea di un socialismo a misura d’uomo, che, simbolo del pensiero marxista moderno, possa spianare la strada al fine del conseguimento di tutti quei valori reali capaci di illuminare, ancora, di credibilità il volto del cittadino comune.


Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 23 del 08/06/2007

Memorie al confine 26

Noi scrittori siamo portavoce della coscienza delle masse, dell’amore del popolo per la giustizia, perché se non lo fossimo non meriteremmo di essere chiamati scrittori

La crisi delle cavallette storpie!

Nel nostro sistema, l’èlite del partito è contemporaneamente èlite governativa: le decisioni del potere vengono prese da questa èlite e al vertice della scala gerarchica del partito si nota generalmente il cumulo delle cariche



di Romano Pesavento

Siamo, oggi, in un momento storico particolare: si parla sempre più spesso di crisi della politica e della perdita di valori etici e morali. Sicuramente, osservando sotto la lente d’ingrandimento la comunità crotonese, ci sembra automatico sostenere con più vigore tale affermazione. Conveniamo ormai tutti che siamo lontani da quel dicembre del 1958 in cui Chruscev davanti al plenum del Comitato centrale sosteneva: “Compagni, il nostro peggiore nemico è la spontaneità”.

Foto: Chruscev

Tuttavia, oggi la crisi ha radici più profonde. Il male sta, infatti, nella natura stessa dell’uomo moderno. Noi, in quanto testimoni di questi tempi, non possiamo far altro che osservare e descrivere quanto accade nel modo più semplice e al tempo stesso veritiero possibile. A tal proposito, ho trovato - in un articolo dello scrittore Gyula Hay - un importante passaggio contenente alcuni concetti che vale la pena ricordare: “Noi scrittori siamo portavoce della coscienza delle masse, dell’amore del popolo per la giustizia, perché se non lo fossimo non meriteremmo di essere chiamati scrittori. Eppure essere scrittori del popolo, accettare dal popolo forma e contenuto, rifletterne la sorte senza falsificarla, senza attendere direttive che ci indichino che cosa dobbiamo scrivere, come dobbiamo scriverlo, per che cosa dobbiamo rallegrarci e che cosa dobbiamo condannare, simile comportamento è per certuni incompatibile con la direzione dell’attività letteraria da parte del partito e dello stato. Ma una direzione che sia intesa in senso leninista non può considerare scrittore quel letterato che non desideri esprimere la coscienza e la volontà di giustizia del popolo, ma per principio veda quando è cieco, oda quando è sordo e senta quando non ha anima” (Gyula Hay, Il trionfo della dignità umana, sta in Gazzetta Letteraria di Budapest 5 maggio 1956)
Indubbiamente, Hay non è il solo studioso a fornire preziosi elementi su cui riflettere al fine di effettuare accurate analisi circa la realtà odierna; anche Goldman aveva tra l’altro affermato:“ il ricercatore deve sempre sforzarsi di ritrovare la realtà totale e concreta, anche se sa di potervi riuscire in modo parziale e limitato e quindi integrare, con lo studio dei fatti sociali, la storia delle teorie su questi fatti e d’altra parte, collegare lo studio dei fatti di coscienza con la loro localizzazione storica e con la loro infrastruttura economica e sociale” (L. Goldmann, Scienze umane e filosofia, Feltrinelli, 1961, p. 25)
Detto questo, quali sono le conclusioni che oggi possiamo trarre dalla nostra crisi politica? Certamente, la principale riflessione, che ci sentiamo subito in dovere di evidenziare, riguarda il tenue, “agonizzante”, legame ancora esistente tra politici e cittadinanza. Tale stato di cose cela ,a monte, una profonda diffidenza e, diciamolo, un insopprimibile fastidio quasi fisico da parte degli elettori nei confronti di rappresentanti politici sempre meno “presentabili” e, quindi, “rappresentativi” soltanto di se stessi, dei propri interessi e lobby. Tutto un insieme di valori, di condizioni, di priorità ormai risulta completamente sovvertito in nome del dio denaro.
Eppure, il buon senso ci porta ad affrontare tale argomento, ricordando che il dividendo cittadino-amministratore non è poi tanto diverso dal rapporto amministratore-cittadino. Tanto è che lo stesso Jean Jacques Rousseau aveva, nel Settecento, affrontato tale materia arrivando alla seguente considerazione: “Molti hanno preteso che l’atto che stabilisce questo rapporto tra popolo e governo fosse un contratto tra il popolo e i capi che esso si dà; contratto per mezzo del quale si stipulavano fra le due parti le condizioni sotto le quali una si impegnava a comandare e l’altra ad obbedire (…) l’atto che istituisce il governo non è un contratto, ma una legge; (…) i depositari del potere esecutivo non sono i padroni del popolo, ma suoi funzionari; (…) (il popolo) può designarli e destituirli quando gli piace; (…) essi non devono contrattare, ma obbedire; (…) assumendo le funzioni che lo Stato loro impone, essi non fanno che adempiere al loro dovere di cittadini …” (Rousseau J. J., Il contratto sociale, pag. 106 e 109)
Come interpretare, se non in questa chiave, l’indifferenza nei confronti della politica, “l’assenteismo” e la diserzione in massa delle cabine elettorali? Quando si perde totalmente fiducia nelle istituzioni politiche perché “ Tanto rubano tutti” e “Ognuno si fa gli affari suoi”, il divario tra politica ed elettorato è stato “consumato” per intero e si attesta ai suoi massimi livelli d’allarme: anche il valore di una nuova scelta, da questo momento in poi , non assume più alcun valore agli occhi di chi si è sentito perennemente sfruttato e tradito dal proprio partito, dai propri uomini.
Mettendo da parte, per il momento, una possibile discussione di tali temi,passiamo ad altro. Proviamo ad immaginare, per gioco, cosa abbiano mai pensato i tanti parenti, o amici, magari disoccupati, degli attuali amministratori, quando, all’indomani del felice esito politico dei loro beniamini, si sono accorti che a migliorare non era la propria condizione di vita ma solo il conto corrente dell’,ormai, illustre congiunto. Già, a quanto pare, non c’è più da meravigliarsi se progetti e programmi sono solo uno specchietto per allodole.
Ebbene, il nostro “navigare in tali acque” ci conduce ad analizzare l’argomento attraverso i principi del socialismo filosofico e quindi a proporre anche oggi una lettura marxista degli eventi in esame. Facciamo tutto ciò perché siamo convinti che l’ideologia marxista abbia in sé quegli elementi capaci di rendere chiaro e semplificato i concetti e le idee che stanno alla base della nostra “questione”. Tali considerazioni ci impongono di ripensare a Sartre quando scrisse:“Quel che voglio dire è che la ideologia marxista è l’ideologia richiesta dai fatti; è la più semplice e la più globale: a partire dal momento in cui si è capito che alla base sta il bisogno, e le tecniche che permettono di esaudirlo, e che partendo da questo siamo in grado di comprendere dialetticamente tutte le relazioni umane nell’ordine della loro apparizione, a partire da questo momento si può sperare di rendere conto della totalità.” (Sartre J.P, Il filosofo e la politica, Edizione Riuniti, 1964)
Credo che la definizione che meglio si avvicini al nostro contesto sia quella riflessa nel concetto, forse un po’ esasperato, di uomo crotonese “disumanizzato”. Disumanizzato perché privato di tutte quelle prerogative proprie di cittadino ed essere umano meritevole : fiducia nell’avvenire,autonomia economica,consapevolezza e fierezza del proprio ruolo di cittadino. In questo modo entriamo, senza quasi accorgercene, in un nuovo ordine d’idee, ossia in un’impostazione politica o per lo meno sociale dei problemi. Per tal motivo, tutto ad un tratto, l’uomo crotonese disumanizzato non è più il singolo perduto in un mondo di sogni speculativi o religiosi, ma il membro di una società imperfetta mutilato nella sua dignità di uomo. In merito ai rapporti di fratellanza e di solidarietà tra uomini, siamo,quindi, dell’idea che nella nostra realtà si possa adattare l’analisi operata da Karl Marx:“Ogni uomo spera di creare all’altro un nuovo bisogno, per costringerlo a un nuovo sacrificio, per ridurlo in una nuova dipendenza e indurlo a un nuovo modo di godimento e però di rovina economica…. Con la nascita degli oggetti cresce, quindi il regno degli enti estranei cui l’uomo è sottomesso, e ogni nuovo prodotto è una nuova potenza di reciproco inganno e reciproco spogliamento. L’uomo diventa sempre più povero come uomo, egli abbisogna sempre più di denaro per impossessarsi di un ente ostile, e la forza del suo denaro cade precisamente in ragione inversa della massa della produzione, cioè cresce la sua indigenza col crescere della potenza del denaro…. Sotto l’aspetto soggettivo ciò si presenta come segue. Da un lato, l’espansione dei prodotti e dei bisogni diventa schiava ingegnosa e sempre calcolatrice di appetiti disumani, raffinati, innaturali, e immaginari.” (K. Marx, Manoscritti economici- filosofici del 1844 cit., p. 236)
La nostra è quindi una società dominata da pochi intoccabili. È facile constatare che a tale èlite appartengono tutti coloro che, seduti sulle proprie, comode, poltrone impostano e gestiscono sia le azioni politiche che quelle sociali esclusivamente a proprio vantaggio. D’altronde, siamo ricaduti, purtroppo, nella stessa tipologia di critica mossa da Kuron alla classe politica dei suoi tempi : “Nei suoi eventuali tentativi di influire sulle decisioni dei “vertici”, la massa degli iscritti al partito è priva di organizzazione, è atomizzata e quindi impotente. L’unica fonte di iniziativa politica risiede, dunque, per forza di cose, nelle istanze del partito, nell’apparato.

Foto: da sinistra a destra: Andrzej Wielowieyski, Jacek Kuron e Alojzy Pietrzyk

Questo apparato, come qualsiasi altro, è organizzato in modo gerarchico. Le informazioni vanno dal basso in alto e le decisioni, le direttive, dall’alto in basso. Come in ogni apparato gerarchico, gli ordini provengono originariamente da una èlite, da un gruppo di persone che occupano nella gerarchia posti di responsabilità ed elaborano insieme le decisioni fondamentali. Nel nostro sistema, l’èlite del partito è contemporaneamente èlite governativa: le decisioni del potere statale vengono prese da questa èlite e al vertice della scala gerarchica del partito e dello Stato si nota generalmente il cumulo delle cariche… Chiameremo questa èlite del potere partito-Stato, libera da qualsiasi controllo della società e in grado di prendere in completa indipendenza tutte le decisioni fondamentali burocrazia politica centrale. (…) In ogni caso, per noi la cosa più importante è conoscere non tanto gli effettivi e l’organizzazione interna della burocrazia quanto la funzione nella società e nel processo di produzione sociale.” (J. Kuron e W. Modzelewski, il marxismo polacco all’opposizione, Samonà e Savelli, 1967)
In conclusione, possiamo soltanto melanconicamente riconoscere che - malgrado tutte le teorie, i moralismi e i proclami politici sbandierati abilmente - la crisi attuale assomiglia semplicemente sempre più ad un povero gatto impazzito, pateticamente impegnato a girare intorno alla sua coda, nel, disperatamente, vano tentativo di afferrarla.


Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 22 del 01/06/2007