giovedì 2 aprile 2009

I viaggiatori a Crotone 9

Richard Keppel Crafen: trovò le donne di Cotrone senza alcuna grazia femminile

“Tra le sue donne probabilmente non vi sono sette in grado di posare come modelle per una divinità”


di Romano Pesavento

Seguendo i sentieri tracciati dall’abate Saint Non, da Henry Swinburne e dal conte di Stolberg il nostro illuminato e dotto scrittore, Richard Keppel Craven, nell’aprile del 1818, iniziò in carrozza, accompagnato dai servitori pronti a soddisfare ogni suo bisogno, il suo lungo e difficile viaggio verso la terra di Calabria, giungendo a Crotone nel mese di Giugno (“L’11 giugno, dopo il pranzo, lasciai Crotone”). Naturalmente, a muovere il suo interesse fu, come d’altronde per i suoi predecessori, la voglia di conoscere da vicino e descrivere i luoghi primitivi, selvaggi, ma, al tempo stesso, meravigliosi e ricchi di storia, della nostra regione.
In merito alla sua bibliografia, sappiamo da alcuni testi che il nostro scrittore nasce nella casa paterna nel 1779. È figlio del sesto barone di Craven e della figlia del quarto conte di Berkeley. Dopo aver effettuato gli studi presso la Harrow School, Richard Keppel nel 1806 si trasferisce insieme alla madre a Napoli. Amico intimo di William Gell, l’autorevole studioso di antichità classiche che Byron ricorda a proposito di un suo libro, Topography of Troy. Tra il 1816 e il 1817 ricoprì la carica di ciambellano della principessa Carolina del Galles prima a Roma e poi a Napoli. Quando la principessa si trasferì a Ginevra, il giovane sir preferì dedicarsi interamente alle sue tante passioni: lo studio delle antichità, la storia, il disegno e i viaggi . Nel 1834 si stabilì con la madre vicino a Salerno, dove acquistò il convento “La Penta”, che divenne metà obbligata per i letterati e i viaggiatori inglesi. Morì a Napoli nel 1821. La sua opera fu pubblicata a Londra nel 1821 con il titolo “A Tour through the Southern Provinces of the Kingdom of Naples” da Rodwell & Martin. In essa sono raccolte tutte le impressioni avute da Keppel durante il suo viaggio. Detto ciò passiamo adesso con l’esaminare le frasi scritte dal nostro sulla nostra città.
“Secondo alcuni autori antichi Crotone era la più grande città della Magna Grecia e all’epoca della discesa di Pirro il suo perimetro misurava dodicimila passi. Si credeva che la sua aria salubre esercitasse una particolare influenza sui suoi abitanti, rendendoli più belli e più forti del resto del genere umano.(…) È superfluo sottolineare che nella odierna città è difficile trovare filosofi o lottatori, o medici, e il sistema pitagorico è conosciuto solo per il suo nome. Inoltre il suo perimetro misura appena un miglio, d’estate il clima è pestilenziale e diverse volte è stata scossa dai terremoti. Tra le sue donne probabilmente non vi sono sette in grado di posare come modelle per una divinità, e si nota un deplorevole contrasto con tutto ciò che formava i suoi antichi vanti.”
Certo, sin da queste prime righe, si può notare, come anche per la città di Crotone, sir Keppel mantenga saldo il principio che lo vede alcune volte confrontare il passato e il presente, il fascino dell’antico e la suggestione del reale. Malgrado i giudizi e le constatazioni siano simili alle note riportate dai precedenti viaggiatori, in questo brano si introduce un nuovo elemento: la figura femminile crotonese. L’attento lettore potrà certo sogghignare al pensiero, probabilmente, di una donna “munita di baffi” e “peluria”, simile, forse, ad un uomo, ma, probabilmente, il nostro Richard fu proprio davanti a questa dura realtà che si trovò di fronte. Naturalmente, la condizione femminile non era certo delle migliori. Infatti, in un brano successivo leggiamo:“Mentre ero a Crotone fui testimone del passaggio di una delle più ricche famiglie di proprietari terrieri che si recava in Sila. Era il genero del gentiluomo che mi ospitava, che, insieme alla moglie, si fermò a Crotone per una notte, proveniente da Isola Capo Rizzato, una piccola città vescovile che si trova otto miglia a Sud del Promontorio Lacinio. L’uomo era di bell’aspetto, giovane e basso indossava un abito molto simile a quello di un nostro allevatore. Sembrava felice per quel viaggio e pensava ai benefici che il bestiame avrebbe tratto da un soggiorno in montagna e al divertimento che o attendeva dedicandosi alla pesca e alla caccia. Per la moglie, invece, il soggiorno non sembrava essere una prospettiva molto allettante. Una donna estremamente graziosa, apparentemente molto legata ai figli, la quale non era felice di privarsi dalle comodità e dalla brillante società di Isola. Le greggi, in marcia dal giorno prima, non fecero parte del singolare quadro composto di cavalli, muli e asini, sacchi di farina e di grano, gabbie piene di polli e moltissimi cani, gatti maiali. La giovane famiglia era numerosa e quindi era seguita da un gran numero di nutrici e servitù femminile; i conducenti dei muli, insieme ai servi e a una consistente banda di guardiani bene armati, e il padre spirituale di questa piccola colonia, chiudevano il corteo che richiamò alla mia immaginazione i tempi della semplicità patriarcale.”
La descrizione sulla famiglia che ne emerge è sicuramente non tanto distante da quella che si poteva riscontrare qualche anno fa nel nostro entroterra. Dedita ad accudire la prole ed a seguire il marito nei trasferimenti; questa è l’immagine della nostra donna. Il brano che segue illustra nuovamente una delle tante carenze della nostra città: la sporcizia. Certo essere descritti così da un lord inglese non ci fa certo onore. Basta solo ricordare, come in passato, gli Inglesi non fossero tanto sensibili al tema dell’igiene.
“Attualmente conta cinquemila abitanti, fra i quali si annoverano alcune antiche e molto ricche famiglie che praticano ancora un redditizio commercio di grano e di bestiame, poiché la natura del suolo non è adatta ad altre colture. La valle del Neto, che si estende verso l’interno, è rinomata per la bontà dei suoi pascoli, mentre le basse e argillose colline che la circondano producono molto buon grano.
Alcune strade larghe e dritte, i grandi palazzi e le fortificazioni le conferiscono un aspetto tra i più imponenti tra le città che recentemente ho visitato. Ma appare come abbandonata. Infatti l’immondizia si vede dappertutto e brandelli di stoffa nera, pezzi di cuoio, fili di paglia e altri oggetti ingombrano le strade.”
Indubbiamente, dobbiamo ammettere che i problemi citati da Richard Keppel Craven non sono nuovi al nostro pubblico. Siamo alle solite! potrebbe anzi esclamare, noiosamente, qualche lettore zelante. Nonostante tutto, basta guardarci intorno per rimanere abbagliati dal nostro presente.
“Tra i resti antichi vidi solo tre altari con iscrizioni in latino. Due si trovano dentro le mura della cittadella, il terzo vicino a una piccola chiesa. Quest’ultima iscrizione è completamente illeggibile e perciò mi fu indicata come greca, cosa che mi divertì abbastanza.
L’odierna Crotone come il lettore potrà notare, offre poco o niente in grado di catturare l’attenzione del viaggiatore: non solo tutte le vestigia dei suoi antichi splendori sono state cancellate, ma sono scomparse anche le bellezze che Teocrito piacevolmente descrisse, se mai sono esistite. Questo poeta ha ambientato alcuni dei suoi idilli nelle immediate vicinanze di Crotone. Ma cercheremmo invano le bellezze naturali che i suoi versi richiamano alla nostra immaginazione. Il monte Latymnus potrebbe essere una delle alture più basse che circondano l’Esaro. Ma i suoi ombrosi recessi sono scomparsi. La mancanza di verde e quindi di ombra è una delle più sorprendenti deficienze di questa zona.”In conclusione, oltre a constatare, ancora una volta, l’inadeguatezza culturale tipica dei nostri presunti esperti della materia, occorre ricordare come necessiti, ancora oggi, una rifondazione dal basso e una rivisitazione integrale del nostro sistema culturale. Ritornare allo splendore magno greco è l’unica strada che ci può forse ricondurre verso la “dritta via”.

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 37 del 22/09/2006

I viaggiatori a Crotone 8

Craufurd Tait Ramage: il dotto umanista inglese che si sbalordì per la decadenza dei discendenti di Milone.


Galanti Giuseppe Maria: lo scrittore di economia che espresse perplessità sugli incarichi professionali assegnati dagli amministratori locali.


di Romano Pesavento

Tra i diversi scrittori itineranti che passarono dalla città di Crotone, meritano un posto importante sia l’umanista e pubblicista inglese Craufurd Tait Ramage, sia lo scrittore italiano di economia Galanti Giuseppe Maria (Santa Croce del Sannio 1743 – Napoli 1806).
Ma chi erano questi viaggiatori così ostinati e coraggiosi? In merito al primo personaggio, la bibliografia scritta da Ernesta ed Albert Spenser Mills è di enorme aiuto per ricostruire le fasi salienti della sua vita. Infatti, apprendiamo che: “Craufurd Tait Ramage nacque a Annefield, vicino Newhaven, il 10 settembre 1803. Fu educato alla Edinburgh Scuola Superiore e all’Università dove si laureò in M.A. (Master of Arts) nel 1825. Nel mentre frequentava l’università impartiva lezioni studenti privatamente, incluso Archibald Campbell Tait, che fu dopo Arcivescovo di Canterbury e con il quale mantenne un’amicizia a vita. Dopo aver lasciato il collegio, Ramage divenne tutore de figli di Sir Henry Lushington risiedendo tre anni a Napoli con loro in famiglia. Dopo di ciò viaggiò i Italia e visitò la Calabria. Al suo rientro in Scozia dedicò le ore libere a studi letterari e contribuì al “Quartely Journal of education”, la “Penny Cylopaedia” e alla settima edizione dell’Encyclopaedia Britannica. Nel 1841 Ramage fu nominato docente alla Wallace Hall Academy e dopo, alla morte del dott. Mundell, divenne rettore della stessa accademia nel 1842. Fu nominato poi magistrato di pace a Dumfriesshire nel 1848 e nel 1852 gli venne conferito il grado LL.D. (dottore in legge) dell’Università di Glasgow. Morì alla Fallace Hall Academy il 29 novembre 1878.”
Per quanto riguarda il giro, fatto da questo singolare viaggiatore e umanista nel Regno delle Due Sicilie, ha inizio il 28 aprile 1828 da Napoli e si svolge lungo tutta la costa occidentale dell’Italia Meridionale, fino all’Appennino tra Gerace e Locri, risalendo poi quella orientale verso le Puglie e oltre. Un viaggio quasi simile a quello del connazionale Swinburne, ma al contrario di lui che viaggiava come un principe, sempre accompagnato da guardie armate, il nostro scrittore si mosse in condizioni assai precarie, da solo, senza scorta. Un’escursione lunga e affascinante incontro a luoghi e a persone rimaste paradossalmente identiche nel tempo, in mezzo a indescrivibili disagi, che egli affrontò con rassegnazione e forza. Naturalmente, come tutti i suoi predecessori, anche Ramage raccolse in un libro tutte le sue riflessioni. L’opera fu pubblicata nel 1868 con il titolo: “The Nooks and Byways of Italy- Wanderings in Search of its Ancient Remains and Modn Superstitions”.
Fatta luce sulla personalità di Ramage, addentriamoci adesso nell’analisi fatta sulla nostra città: “Crotone è una città cinta da mura ed entrando per una delle sue porte mi aspettavo di essere fermato da una sentinella; tuttavia, passai incontestato. Era sera, e la piazza era affollata. I discendenti di quel Milone le cui gesta spiccano tra i ricordi delle meraviglie dei nostri anni giovanili, era lì di fronte a me. Invano volgevo l’occhio attorno per scoprire le membra atletiche e i ben sviluppati muscoli dei tempi che furono. Uno sguardo fisso, bovino, e un’espressione di sciocca curiosità, erano le prevalenti caratteristiche dei moderni abitanti di Cotrone. Eppure il paesaggio che lo circonda non è mutato; la stessa montagna protegge il suo porto dalle tempeste provenienti dal sud; il suolo della campagna circostante sarebbe ancora capace di dare raccolti abbondanti come per il passato. La natura è altrettanto generosa oggi come lo era duemila anni fa, per provvedere ai bisogni fisici dell’uomo. È la mente che ha generato, le potenze intellettuali sembrano spente. Le mura della città che una volta si estendevano per un perimetro di quasi venti chilometri sono ora limitate a poco meno di due chilometri e lo spazio racchiuso entro i limiti dell’antica fortezza è più che sufficiente per accogliere l’esiguo numero di abitanti.”
Certamente, le parole usate dallo scrittore nel descrivere il contesto sociale crotonese, ahimé, non ci riempiono né di gioia né di felicità. Ci troviamo, infatti, di fronte, ancora una volta, ad alcuni aspetti della realtà che, tuttora, non vorremmo proprio riscontrare; stiamo parlando, naturalmente, dell’inappetenza culturale e della assenza più totale di “linfa morale” che vigono nella nostra città. Di solito, i lettori attenti obbietteranno, si parla di linfa vitale; noi con questa espressione intendiamo tutto quel crogiuolo di educazione, e sensibilità e cultura, che dovrebbe distinguere un consorzio umano progredito da un manipolo di selvaggi.
Quanto al secondo personaggio, Galanti Giuseppe Maria, invece, sappiamo che, italiano di nascita, fu sostenitore del mercantilismo. Difese però il riformismo nell’ “Elogio ai Genovesi”, e pubblicò poi una “Descrizione dello Stato antico ed attuale del contado Molise”, in cui auspicava libertà di commercio , abolizione dei monopoli e dei privilegi, equa tassazione basata sull’imposta fondiaria. Successivamente, riuscì ad avere dal governo l’incarico della descrizione geografica statistica economica del regno e pubblicò nel periodo 1786-94 l’opera in cinque volumi “La Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”.
Egli giunse a Crotone il 20 aprile del 1792 e vi rimase fino al 23 pomeriggio. Anche lui, come i suoi precursori, sin dalle prime righe rappresenta Crotone come una città ormai decaduta e vittima del vivere incivile dei suoi abitanti. “Crotone è una città assai meschina, posta sul mare in una penisola. È cinta di altissime mura, le quali sono fortissime e di una solidità grandissima. Esse sono dannose alla città perché le tolgono la libera ventilazione dell’aria. Ha una sola porta, la quale si chiude ogni sera alle due ore. La città presenta un aspetto squallido. Non si veggono né pure edifizi mediocri. È piena di immondizie. È scoscesa con istrade strette ed irregolari. La cattedrale è un edifizio di nessun gusto e sembra un vero magazzino. Il castello è sito sulla cima del colle ed è in cattivo stato di polizia: pochi cannoni di ferro e poca guarnigione. Cotrone è posta su di un colle ma rivolta verso terra, quando che verso il mare è il castello e tra il castello ed il mare vi è molto spazio da costruirvi un borgo. – Fuori di Cotrone vi si vede un numero grande i magazzini da grano e da formaggio. Saranno oltre 100.”
Infatti, ad allietare la sua già impietosa descrizione dello squallore cittadino si aggiungono anche alcune considerazioni psicosomatiche sulla naturale inclinazione dei crotonesi più disagiati verso l’ubriachezza, l’ozio e la malafede.
“Scarso è il danaro. L’interesse a mutuo nella più bassa ragione è all’otto per cento. In Cotrone sono le stesse varietà di pesi e misure di sopra notate (…).Gli abitanti sono di benigna natura ed inclinati alla felicità. Vi regna la mendicità e va crescendo. Nella bassa gente regna l’ozio e l’ubbriachezza, la malafede.”Anche l’ultimo passo selezionato, introduce una problematica di scottante attualità: gli incarichi di natura intellettuale pubblici dati da a chi ha scarsa competenza. Certamente, è inutile dire che tale tema risulta ancora oggi attuale e scottante. Basta, infatti, navigare tra le tante determine dirigenziali per scoprire e capire quanti danni creiamo, mese dopo mese, alla nostra terra. Viva il clientelismo, abbasso la cultura e la conoscenza ci verrebbe, quindi, da concludere con sarcasmo. D’altronde, finiremmo anche noi con il sostenere che non serve essere ingegnere per costruire un ponte, o aver studiato per elaborare un buon piano di sviluppo, a quanto pare, altrimenti si rischia di essere tacciati di pignoleria, con le nefande conseguenze che si possono immaginare.


Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 36 del 15/09/2006

I viaggiatori a Crotone 7



Cloudie Dundas: il luogotenente inglese che cantò le bellezze di Cotrone


di Romano Pesavento
Questa settimana presento al gentile lettore le memorie di uno scrittore non molto conosciuto al pubblico, ma che seppe ben fotografare la realtà crotonese; stiamo parlando di Claude Dundas.
A questo punto, molti si domanderanno, probabilmente, stupiti: Chi era costui? In merito a ciò, dobbiamo costatare, effettivamente, che le uniche notizie bibliografiche ci provengono dalla sua stessa presentazione al visconte di Santugo, all’interno della sua opera “I briganti nel 1806 ovvero una spedizione nelle Calabrie. Memorie di un aiutante di campo inglese”, che così scriveva: “Io mi presentai come il luogotenente Claude Dundas del 62 reggimento di S.M. Britannica, ed aiutante di campo del generale sir Giovanni Stuart..”. Certo, l’importanza del racconto di Dundas affiora anche dalle prime righe dell’introduzione all’opera fatta da Angelo Sferrazza: “Se il luogotenente Claude Dundas, comandante del corpo inglese inviato ad aiutare i Borboni contro i Bonaparte tornasse ora in Calabria, forse stenterebbe a riconoscere i luoghi, ma potrebbe aspirare a diventare un buon inviato speciale della BBC”. Infatti, è proprio da queste prime battute che scopriamo l’approccio narrativo utilizzato dal luogotenente inglese.
Certamente, lo stile romanzato con cui descrive i luoghi e gli avvenimenti ci conducono a scoprire la nostra terra, fatta di tradizioni popolari e riti. Tutto si svolge, quindi, sotto lo sguardo di Dundas, per nulla infastidito dalle usanze popolari, anzi alcune volte addirittura partecipe, anche quando si trova coinvolto in un orribile tragedia come quella che mi appresto a riportarvi: “Nel por piede in un paesello alle falde delle colline che ergonsi fra Policastro e Cotrone, trovai ch’era appunto stato celebrato un matrimonio, e tutti gli abitanti erano in festa per quell’avvenimento. Tavole rustiche erano imbandite di latte, riso, cialdoni, frutta sotto gli aranci, e quei buoni villici salutaronmi cortesemente invitandomi a sostare un poco e prender parte con essi alla gloria nuziale. Io smontai e fui condotto da uno stormo di villici al posto d’onore accanto al parrocchiano, frate canuto e venerabile di San Francesco, che aveva testè congiunto la giovane coppia. Dopo assaggiati alcuni frutti e vuotato un bicchier di vino, assistemmo alle danze nuziali al suono del flauto, della zampogna e del tamburello. Lo sposo, bello e robusto boscaiolo, con un giubboncello scarlatto e calzoni verdi fregiati alle ginocchia di nastri come il suo capello conico, ballava allegramente con la sposa, non avvisando che un feroce rivale lo stava spiando di mezzo agli aranci. Come suole, la sposa era oggetto dell’attenzione generale, ella era assai bella di forme, ed aveva un’espressione serena e modesta che la rendeva vieppiù piacente. Una candida pezzuola riquadrata pendeva dalla sua testa coprendo a mezzo le sue treccie sorrette da una freccia d’oro. Un par di grandi e neri occhi abbassati, una piccola bocca vermiglia ed un bel seno ricolmo integravano le sue attrattive. I vecchi battevano le mani, mentre i giovani cantavano in onore di essa al suono degl’istrumenti rusticani.
Il ballo era la tarantella nazionale – che richiede una grandissima agilità vieppiù rapidi più la danza si accosta al termine. Tutt’ad un tratto nel mentre la musica era più fragorosa e più vivo il tripudio dei danzanti, s’udì lo scoppio d’una carabina dall’attiguo aranceto, e la povera sposa caddè morta appiè del marito.”
La festa del matrimonio vissuto come momento di gioia dall’intera collettività, la sposa oggetto di curiosità, la tarantella tradizionale suonata in onore dei festeggiamenti sono i simboli più concreti del nostro patrimonio culturale. Infine, l’ultima scena: l’omicidio della sposa. Gelosia, crudeltà ma anche sentimento; L’orrore e un mal inteso senso dell’onore, tipico del nostro territorio, si fondono in un affresco “umano” di rara potenza drammatica.
Anche Dumas, come altri scrittori commossi dal fascino decadente di Crotone, dipinge con triti colpi di pennello quello che è stato e quello è la città di Pitagora.
“Scendendo la catena di montagne che termina nel capo della Ruova io vidi davanti a me la vasta distesa dell’Adriatico fino al golfo di Taranto vagamente illuminato dalla vivida luce del tramonto. Il disco ardente del sole abbassandosi dietro le colline ch’io mi avevo lasciato addietro mandava un addio all’antica città achea, tingendo d’oro le onde che frangonsi al capo della Colonna, - l’antico promontorio Lacinio, celebre una volta pel tempio magnifico di Giunone distrutto dai soldati di Annibale. La scuola di Pitagora – la gloria della magna Grecia - era scomparsa con la potenza di Cotrone, e del tempio maestoso di Giunone Lucinia non rimaneva che una colonna solitaria per attestare la grandezza dell’edifizio nella sua gloria, quando Greci, Ausonii e Siciliani piegavano il capo davanti al suo altare pagano. Il tempio altro non è ora che un mucchio di pietre, e le sponde del classico Neato hanno perduto la loro verdeggiante bellezza e il fogliame ombroso che le vestiva a’ tempi di Teocrito.”
Il passo che segue ci riporta all’incantevole bellezza della natura e dei paesaggi. Certamente il luogotenente avrebbe potuto divenire un valido promoter turistico; anche se le conclusioni, come possiamo verificare dal testo, sono, come di consueto, deprimenti.
“Mentre seguitava i tortuosi serpeggiamenti della strada che mena a Cotrone, la sera avea ceduto il luogo alla notte, ma qual notte!... più bella assai del giorno. L’aria era tutta odorata delle fragranze degli aranci, limoni, ulivi; il cielo era tutto trapunto di lucentissime stelle, e la luna alzavasi lentamente dalla marina, tingendo di liquido argento le acque, gli alberi e la terra.
La moderna Cotrone non è che un villaggio dominato dal castello o cittadella. Ogni vestigio della sua antica grandezza è scomparso, tranne la colonna del Capo, e nulla più sopravvanza di quella magnifica città, dalle cui porte il gigantesco Milone condusse cento mila uomini alla battaglia.
I tempi superbi, su cui sventolava la bandiera di Giustiniano, le mura massicce e ben munite, le porte di bronzo assalite indarno dalle coorti di Totila il Goto, caddero in polvere da lungo tempo, e poche casupole segnano il sito ove sorgeva l’antica Cotrone di Miscello.”
Da soldato animato da forte amor patrio e da coraggio militare ostile ad ogni forma di viltà, Dumas osserva quanto sia squallido e nel contempo pura espressione di vigliaccheria il comportamento di chi, proprio perché alto graduato dovrebbe non solo coordinare e dirigere le forze in campo ma anche fungere da esempio, da modello di comportamento, quando abbandona il proprio ruolo guida per pura comodità. Qualcuno dei nostri lettori potrebbe chiedersi la motivazione o il senso di questo testo rispetto a quanto abbiamo più volte rilevato sui mali della nostra città. E’ preso detto: ora come allora, il principio ispiratore di chi esercita un potere, di qualunque genere ed entità, è trarre il maggiore utile possibile dal proprio ruolo ed “abbandonare la nave”, il più presto possibile, quando le cose non scorrono più come si vorrebbe.“La cittadella costruita da Carlo V, era occupata da una guarnigione francese ed era bloccata da una brigata inglese sotto il comando del colonnello Macleod e dal corpofranco calabrese di Santugo dalla parte di terra, mentre la fregata Anfione con una piccola squadra di cannoniere siciliane intercettava ogni comunicazione col mare. I francesi erano già ridotti a dure strette al mio arrivo, ed aspettatasi di giorno in giorno la loro resa. Il generale Regnier, che dopo la battaglia i Maida avea tentato mantenersi fra la cittadella e Catanzaro, fece subitamente una ritirata precipitosa verso Taranto abbandonando al loro destino i suoi soldati chiusi in Cotrone.”

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 35 del 08/09/2006

mercoledì 1 aprile 2009

I viaggiatori a Crotone 6

Friedrich Leopold von Stolberg: l’amico di Goethe che visitò la “miserrima Crotone”


di Romano Pesavento

A questo punto, prima di avviarci alle conclusioni di questo viaggio nel viaggio nella nostra Crotone, proponiamo due scrittori grosso modo contemporanei, il cui punto di vista combacia perfettamente: il primo fu un narratore di professione, Friedrich Leopold von Stolberg, conte di Stolberg-Stolberg (Bramstedt, Holstein, 7 dicembre 1750 – Sondermuhlen, Osnabruck, 5 dicembre 1821); il secondo,invece, Duret de Tavel (dati anagrafici non conosciuti; l’unica opera è stata scritta tra il 1807 ed il 1810), per pura necessità.
Friedrich Leopold von Stolberg, poeta, nonché amico sin da giovane del celeberrimo Friedrich Gottlieb Klopstock, autore dell’opera Messias, e di Matthias Claudius, successivamente compagno di viaggio nel Sud della Germania e nella Svizzera, insieme al fratello Christian, di Goethe, da questo ricordato nel Dichtung und Wahrheit, si recò in Calabria nel periodo tra il 17 ed il 30 maggio del 1792. La descrizione del viaggio è contenuta nell’opera in quattro volumi intitolata “Reise in Deutschland, der Schweiz, Italien und Sicilien (Viaggio in Germania, Svizzera, Italia e Sicilia) e pubblicata nel 1794 a Leipzig e Konigsberg dal suo amico-editore Friedrich Nicolovius. L’opera ebbe molto successo in Germania. A testimonianza di ciò Di Carlo, in Viaggiatori stranieri in Sicilia nei secoli XVII e XIX, scrive: “L’opera ebbe molto successo. Tenuta presente e utilizzata da posteriori viaggiatori e stranieri, è stata lodata per la ricchezza e varietà del suo contenuto storico, archeologico, naturalistico, per la conoscenze classiche che rivela ed il fine senso dell’Arte che la distingue, per l’acuto e fondato giudizio anche in materia politica”. In merito al nostro territorio, arrivò a Crotone il 21 maggio 1792. Certamente la descrizione che emerge dalle sue pagine sulla nostra cittadina non si discosta di tanto dai suoi predecessori, già ampiamente trattati: “Questa città, che era una delle più potenti della Magna Grecia al tempo della sua prosperità, ormai è ridotta ad una misera cittadina, nei cui dintorni vivono circa 500 abitanti.”
Infatti, le riflessioni che corrono lungo le righe comunicano immagini e forti percezioni pregne di decadenza e di desolazione. Al solito, lo stridente contrasto, tra quanto rappresentò Crotone e la realtà drammatica del presente, genera abbattimento e sconforto in chi, pur non cittadino crotonese, ma amante dell’arte e della letteratura, piange tutto ciò che mortifica e depaupera la bellezza. Successivamente, l’intellettuale coglie un ulteriore aspetto, ancora oggi attuale, causa di molteplici disagi nella popolazione: la sporcizia.
“La pianta della liquirizia qui cresce del tutto spontanea ed è un’attività di commercio. L’acqua straripante del fiume e la decadenza del porto hanno contribuito senza dubbio alla cattiva aria di questa città; comunque, a peggiorare ulteriormente il tutto, ci sono i vicoli stretti e la sporcizia degli abitanti.”
In realtà, tra le tante tradizioni popolari trasmesse fino ai giorni nostri, accanto ai crustoli, alle cuzzupe e alla amatissima festa della Madonna di Capo Colonna, anche queste rappresentano un elemento vistoso di continuità con il nostro passato: l’incuria, la mancanza di rispetto verso la natura e la collettività, l’assenza totale di senso civico. Come possiamo constatare, guardandoci intorno, esse albergano profondamente nell’animo di gran parte dei cittadini crotronesi: le spiagge sommerse da rifiuti che, certo, non si materializzano da soli; le strade invase da mobili e suppellettili di vario genere, beni culturali sempre più violati e defraudati. Troppo comodo imputare, quindi, solo alle istituzioni colpe e inadempienze relative ad un pessimo servizio, quando invece tutto deve essere ricondotto ad un’etica civica resa povera dalla mancanza di cultura.
“Quasi tutto il percorso di quaranta miglia da Cotrone a Catanzaro è fiancheggiato da pascoli collinosi. L’eccellente fertilità del terreno è dimostrata dalla felice crescita di grossi cardi, e da alcuni campi, su cui spuntano delle meravigliose piantagioni di grano. Ma questa terra clemente sfama pochi abitanti. La trascuratezza, l’oppressione del regime, e le forti imposte che i contadini devono pagare ai nobili, trattengono molti dallo sposarsi (…) Oltretutto, anche la mancanza di strade aggrava lo stato di questa bella provincia, dove non è ancora stata costruita nemmeno una strada carrozzabile.”
Anche l’ultimo passo selezionato introduce una problematica di scottante attualità: la difficoltà di sposarsi. In passato, il matrimonio, come si evince dal testo, era ostacolato dallo strapotere della classe dirigente aristocratica e conservatrice, molto attenta a perseguire i propri interessi a discapito dei più deboli. Per quanto riguarda il nostro oggi, va bene che i tempi sono duri per tutti, ma a Crotone, fra affitti rincarati e pochissimi posti di lavoro disponibili in ogni settore, dal più umile al più prestigioso, diventa davvero complicato riuscire onestamente a iniziare un proprio percorso familiare. Anzi, ancora più grave diventa la situazione quando importantissime mansioni vengono affidate a “ciucci” raccomandati, “ladruncoli” e “banditi”, privi di alcuna competenza e titolo di studio. In effetti, nulla è cambiato. Nemmeno la viabilità. Tanto è vero che, malgrado il tempo trascorso, l’efficienza e l’efficacia delle attuali vie di comunicazione sono rimaste le stesse di allora.
Quanto al secondo personaggio, Duret de Tavel, invece, sappiamo veramente poco: fu un ufficiale francese subalterno, forse un tenente e fece parte delle commissioni militari in Calabria nel 1808. Il suo nome non compare in nessuna delle opere scritte sulla campagna delle Calabrie. La sua esistenza è testimoniata dalle lettere indirizzate al padre nei tre anni – dal dicembre del 1807 all’ottobre del 1810 – e apparse a Parigi il 1820 con il titolo Sèjour d’un officier francais en Calabre, ou Lettres propres à faire connàîtatre l’ètat ancien et moderne de la Calabre, le caractère, les moeurs des ses habitants, et le évenements politiques et militaires qui s’y sont passès pendant l’occupation des Francais (Soggiorno di un ufficiale francese in Calabria). Da quest’ultime si evince, infatti, che giunse nel territorio crotonese il 12 ottobre 1808.
Circa questa testimonianza, Duret de Tavel ricorda ancora una volta lo scempio delle rovine dell’antica Kroton e l’incapacità di programmare opere realmente utili e funzionali ai bisogni della collettività. Tutto si risolve in un enorme, ingiustificato e insensato spreco di risorse economiche. “Il 12 soggiornammo a Crotone e ne approfittai per visitare Capo Colonna, conosciuto dagli antichi con il nome di promontorio Lacinio, celebre per la scuola di Pitagora e il tempio di Giunone Lacinia, che richiamava dall’Italia e dalla Gracia moltissimi pellegrini (….) Tornato a Crotone, cercai inutilmente le rovine della vasta città, il poco che è rimasto è stato portato via per essere adoperato per la costruzione di un cattivo porto, i cui lavori hanno avuto inizio da molto tempo, ma che per gli inconvenienti che la sua posizione comporta non sarà mai di grande utilità per il commercio.”
L’ultima testimonianza riguarda le nostre risorse. Infatti, lo scrittore nota: “Carlo V, volendo trasformare la città in una fortezza, vi fece costruire un castello e la circondò di alte mura, che oggi formano la triste cinta di un paese che conta solo tremila abitanti rosi dalla miseria e dalle malattie generate dalla stagnazione delle acque che una volta fertilizzavano queste belle campagne mantenendovi la salute e l’abbondanza. Il suo vasto territorio, anche se coltivato male, produce una grande quantità di grano che, insieme al formaggio, costituisce una parte considerevole del suo commercio con Trieste.”
Per fortuna che c’è il formaggio! Anche oggi infatti vino e formaggio non vengono meno. In una nota canzone di Pino Daniele “ ’Na tazzulella é cafè”, il caffé, polemicamente, diventava simbolo di una sorta di regressione economica e culturale: dove tutto mancava, sopperiva il caffé. Qui che dire? In una città abbandonata da crotonesi disoccupati e in perenne ricerca del posto di lavoro, in una provincia in cui il turismo e le attività industriali languono e non vengono supportate in modo adeguato, soltanto qualche industria di carattere agro-alimentare, fortunatamente, resiste tenacemente. Lungi da noi svilire tali attività produttive ma occorrerebbe anche dar prova di maggiore inventiva e creatività, importando magari modelli di sviluppo da paesi più progrediti e innovativi al fine di realizzare le condizioni più opportune per un miglioramento socio-economico. Senza mezzi termini: mettiamo il naso fuori dai nostri confini e traiamo spunti di ispirazione.






Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 34 del 01/09/2006

I viaggiatori a Crotone 5

Abate Saint Non: purtroppo nulla è cambiato dai tempi del suo soggiorno a Crotone



di Romano Pesavento

Giunti, ormai, quasi alla fine di questo nostro piccolo “excursus” inerente ai viaggiatori europei approdati a Crotone, possiamo trarre una sorta di bilancio e affermare, senza tema di smentita e non con particolare entusiasmo, che, chiunque, con un trascorso di studi o più semplicemente di consuetudine alla “socialità civilizzata”, sia giunto nei nostri luoghi, ha vissuto tale esperienza in modo profondamente negativo. Attenzione, lungi da noi il sospetto del compiacimento sadico nell’affermare questa sgradevole ma inconfutabile verità: anzi, la pena, il dispiacere, la frustrazione accompagnano puntualmente la rilettura delle pagine “crudeli” su Crotone. Indubbiamente, c’è da rilevare in alcuni crotonesi, per fortuna pochi, un inspiegabile comportamento, roba da interpellare Piero Angela per ottenerne, se possibile, lumi in merito: la tendenza a denigrare, per il semplice gusto di farlo con enorme soddisfazione e appagamento, tutto ciò che riguarda la propria città, come se non ne facessero parte o fossero estranei ad una realtà, che, nolenti o volenti, invece ci appartiene e ci segna. Ovviamente, non rientriamo in tale categoria semplicemente perchè chi rinnega il proprio paese d’origine, in parte rifiuta se stesso. Il senso di attaccamento alle proprie origini, però, non deve rendere ciechi e ridicoli, spingendo ad “espungere” ed a rimuovere quanto di triste, squallido e sbagliato sussiste in città e a ripetere in modo tanto meccanico quanto infondato che Crotone “è una città europea” o altre simili, amabili, dabbenaggini in stile “delirium tremens”, perchè anche in questo caso non si rende un gran servizio alla propria “patria”. Dopo queste “pillole” di psicologia di cui, probabilmente, i lettori potevano fare a meno, ma che ci sembravano necessarie al fine di stornare da noi l’eventuale, immeritata, accusa di “fetenteria anticrotonese”, torniamo alla nostra breve indagine senza pretese.
Questa volta proponiamo due studiosi grosso modo contemporanei, il cui punto di vista combacia perfettamente: Johann Hermann von Riedesel (Brandeburgo 1746-1809) e Jean Claude Richard abate di Saint Non (Parigi 1727 – 1791).
Il primo, diplomatico e ambasciatore, nonché molto amico del celeberrimo Winckellmann, si era recato in Calabria, spinto dai propri interessi di archeologia, pur consapevole del fatto che, come già testimoniava Cicerone: Magna Graecia nunc non est . Tuttavia, la delusione dello studioso, fu, anche in questo caso superiore ad ogni fosca previsione, al punto da indurlo a non trattenersi oltre in Calabria e a non dedicare troppo spazio alla regione nella sua relazione di viaggio. Ad ogni modo, nonostante la velocità del proprio ritorno in patria Riedesel ebbe modo di visitare anche Crotone e di stendere qualche osservazione: “E’verosimile che la città di Crotone fosse sita in questo stesso luogo, a giudicare solo dalla congerie di reliquie di sepolcreti e di case che vi si trovano, ma tutto è in uno stato di deperimento così grave da non poter riconoscere alcunché (…) L’attuale Cotrone, sita sul seno, sei miglia distante da questo capo (Colonna,ndr) è la città più infelice dell’Italia e forse del mondo intero. La malaria che vi regna, decima la popolazione di modo che essa non conta più che cinquemila anime, il suo promontorio è appena conosciuto e rassomiglia all’agro romano. Il re vi fa costruire un porto e sono ormai parecchi anni che si lavora, la spesa ascende circa a centottantamila ducati napoletani, e intanto le navi non trovano sicurezza per gettare l’ancora né per difendersi dai venti, sicché è evidente che il re è stato tratto in inganno”.
Come commentare? Ancora una volta si conferma l’atavico, quasi genetico e apocalittico primato di Crotone nella graduatoria delle città più disgraziate del pianeta: anche oggi si parla di classifiche annuali circa il reddito delle province e noi rappresentiamo, puntualmente, immancabilmente, inesorabilmente il fanalino di coda. Verrebbe proprio da dire “ Da qui all’eternità”o “Fedeli nei secoli”, altro che l’Arma!!! Per non parlare poi del solito governatore/amministratore/sovrano gonzo o in malafede -è difficile capire quale delle due possibilità sia peggio- di turno: non capisce o conosce mai nulla delle terre che ha in consegna e mentre il denaro destinato alle “Opere pubbliche” viene dilapidato in modo inspiegabile, ma ipotizzabile, mentre la popolazione continua a patire i disagi di sempre, rimane impassibilmente inerte. Come scriverebbero sulla “Settimana Enigmistica”: “Cosa ci ricorda”? Ad ognuno, le proprie, personali, analogie: tanto abbiamo, purtroppo, un ampio e ben rappresentato repertorio di strade, edifici, ammodernamenti e interventi infrastrutturali vari, mai conclusi o mai iniziati, o, peggio ancora, mal condotti.
Quanto al secondo personaggio, Jean Claude Richard abate di Saint Non , invece, sappiamo che, francese di nascita, fu un archeologo, disegnatore ed incisore; abate fu esiliato a Poitiers per la sua opposizione alla bolla Unigenitus. Viaggiò poi in Inghilterra e in Italia ed eseguì numerose incisioni da H. Robert, Fragonard, ecc. e da molti artisti Italiani. Egli giunse in Calabria nel 1778 e visitò Crotone in poco più di una giornata. A tal proposito scrive: “Ci riposammo un giorno a Crotone; quantunque muniti di molte lettere di raccomandazione, non avremmo saputo ove passare la notte,se un onesto negoziante che non conoscevamo, e che non potemmo vedere che un momento,non ci avesse fatto condurre ad una casa che non era occupata, ebbe anche la garbatezza di farci portare tutto ciò che poteva esserci necessario”.
In questo passo, vediamo, viene riconosciuta,come anche in altri casi, una buona disposizione d’animo nei crotonesi, che, in qualche modo, proietta una luce positiva sulla città; purtroppo, però, la natura delle considerazioni sugli altri aspetti cittadini è ben diversa: “Prima di arrivare alla Cotrone moderna, si passa sulle rovine dell’antica, che era edificata in semicerchio al fondo del golfo e sul fiume Escarus o Esaro che la traversava. Questo non è più che un miserabile ruscello melmoso, fuori del tempo d’ inondazioni, questo debole ruscello si perde nella sabbia e non arriva al mare che per filtrazione. La natura delle montagne tra le quali affonda essendo di u un’arenaria fine e mobile,può assorbire una parte delle sue acque. Questa famosa città, di cui le muraglia avevano dodici miglia di circuito, è ristretta, oggi e racchiusa in una piccola punta di terra, ove era senza dubbio altra volta una fortezza, e questa stessa città, che aveva potuto mettere cento mila uomini sul piede nella guerra dei Sibariti, non ha ora più che centomila abitanti. Ed è anche assai verosimile ch’essi non tengono nulla di quella virtù atletica che rese Crotone sì famosa nell’antichità. I Romani s’impossessarono di Crotone per sorpresa l’anno di Roma 475. Essa fu distrutta in seguito dai rivoltosi di Reggio, che sgozzarono la guarnigione romana. Le rovine dell’antica città si erano conservate fino al tempo di Carlo V. Questo Principe pensò di edificare un castello, e di elevarvi mura d’una altezza altrettanto più inutile per essere costruite dopo l’uso dell’artiglieria, e in nessun modo appropriate a resisterle, demolì tutto ciò che restava di preziose vestigia del suo antico splendore: perciò non si ritrova assolutamente nulla dell’antica Crotone, ed il suo suolo non è ora coperto che di magazzini di grani e di formaggi, di cui si fa gran caricamento e che formano tutto il commercio del paese. (…) L’indomani, andammo a vedere il porto, cominciato con grande spesa dal re di Spagna, porto che non sarà tuttavia praticabile che quando si sarà trovato il modo d’impedire che le sabbie mobili di questi paraggi non lo riempiano a misura che si scava. Non si può ancora farvi abbordare che, feluche, quantunque duecento uomini vi lavorino senza allentare, e tuttavia, se mai si lascia di continuare questo lavoro, il porto sì vantaggiosamente situato, d’una perfetta sicurezza diventerà una palude pestifera e produrrà cattiva aria nella città, altra volta conosciuta per la sua salubrità. Nil Crotone salubrius dice stradone; Plinio ne parla anche con grandi elogi…”
Oddio, siamo alle solite: anche in questo caso, dopo l’ennesima descrizione geo-sociale delle brutture di Crotone, con generoso indugiare sulla tristezza del fiumiciattolo “tisico” e malaticcio Esaro, una volta imponente e superbo, degna metafora di una città agonizzante, si passa alla ricapitolazione degli episodi storici più significativi e deprimenti, come quello relativo alla storia del castello di Carlo V. Già, “lo storico” monumento di Crotone, uno dei simboli per eccellenza della città, ultimamente rilanciato dal programma Pic Urban 2, ma negli effetti oggetto del nostro reportage proprio dalle colonne di questo giornale sul recente stato di abbandono, non rappresenta altro che l’ennesimo “parassita” saprofita, creato sfruttando quanto di grande e bello in termini di materiali edilizi si era conservato nel tempo. Chissà quanti Crotonesi ne sono al corrente e cosa direbbero tutti quei bimbi delle scuole elementari ai quali viene “inflitta” o prima o poi la visita al castello, sapendo che tale opera, in genere citata con un certo orgoglio almeno per l’imponenza, non solo è il frutto di furti e rapine ai danni del passato più glorioso di Crotone, ma che era, anche ai tempi, una struttura completamente inutile, in considerazione di una ampiezza e solidità delle mura, in epoca post polvere da sparo, del tutto superflue. Perfino un personaggio come Carlo V, definito più o meno nei libri di storia come un uomo avveduto, a Crotone subisce una sorta di metamorfosi e si trasforma in un uno scriteriato.
Dunque ricapitoliamo: a Crotone non si è mai realizzato nulla di utile, dai tempi di Pitagora o giù di lì, e se mai un simile portentoso e inatteso evento si è verificato, è avvenuto solo mediante il feroce e impietoso sfruttamento delle estreme risorse territoriali della zona. Certo, non si deve essere pessimisti, qualche volta è anche capitato che si stanziassero enormi cifre per approntare migliorie nella provincia; tuttavia, in quel caso lì, non si sa bene che tipo di sorte fosse toccata al denaro in questione o, più schiettamente, in quali tasche fosse finito.
Sia come sia, in questo caldo di fine estate, si comincia, forse, a sragionare e un dubbio attraversa la testa come un lampo violetto: non è che per costruire la SS 106, si sta aspettando che qualche lastrone di pietra o altro “residuato bellico” venga fuori dagli scavi archeologici per contenere i costi di un’opera, diversamente, rinviata a data da destinarsi? Chissà, forse, può esser ancora utilizzabile, in qualche forma, la superstite colonna!?! …
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 33 del 25/08/2006

I viaggiatori a Crotone 4

Lenormant e il pressappochismo dei crotoniati

di Romano Pesavento

Francois Lenormant, in quanto archeologo e filologo di chiara fama e di provato ingegno, rappresenta, tra i tanti letterati approdati a Crotone per motivi di studio, l’intellettuale che forse in modo più specifico, scientifico e in definitiva più proficuo ha reso giustizia alla nostra provincia, recuperando dai meandri del passato, attraverso lo studio delle fonti storiche, delle monete e dei diversi reperti archeologici, i giorni di gloria della città, riportandone alla luce lo splendore, le vicende belliche, l’organizzazione economica, le dinamiche interne i motivi di ascesa e declino. Egli, “figlio d’arte” perché instradato alle discipline umanistiche e seguito durante l’intero corso di studi dal padre, Charles Lenormant, uomo di solida cultura nonché direttore della biblioteca nazionale di Parigi, dedicherà la propria intera esistenza alla ricostruzione dei grandi fatti delle civiltà del passato. Nacque a Parigi il 17 gennaio 1837 dove morì, ancora giovane, il 9 dicembre del 1883; in tale città mosse i suoi primi passi di appassionato cultore delle antichità, tanto che già nel 1857, quindi appena ventenne, fu insignito di un prestigioso premio da parte dell’Accademia delle Iscrizioni, come riconoscimento per il proprio, meticoloso, studio di numismatica, un saggio sulla classificazione delle monete pubblicato sulla rivista “Revue archeologique”. Successivamente, con simili premesse, e per onorare il proprio ruolo di archeologo, egli intraprenderà una serie di viaggi e spedizioni volti a condurlo nei luoghi teatro degli avvenimenti storici prescelti per la propria indagine. Fatta questa premessa, è facile immaginare che in un contesto progettuale simile l’ Italia e la Magna Grecia nel dettaglio non potessero essere assolutamente trascurate da uno studioso così innamorato del passato; infatti egli vi si recò in più di una occasione, dopo aver visitato molti altri luoghi del Mediterraneo sinonimi di civiltà come l’Egitto o la Grecia e affinato la propria competenza professionale attraverso molteplici esperienze. Pertanto, dal 1879 al 1883, lo studioso, al culmine della propria maturità culturale si dedicò a svariate “spedizioni” nell’Italia meridionale, i cui frutti sono una serie di relazioni ed accurate ricostruzioni circa le vicende storiche della Puglia e della Lucania. Inoltre, come era stato già anticipato, non manca un sostanzioso studio circa le nostre “glorie”cittadine, dal momento che alla storia di Crotone, in tutte o quasi le sue fasi, è dedicato abbondante spazio in seno al secondo volume dell’opera intitolata “La magna Grecia” suddivisa in tre tomi. Quali osservazioni rilevare circa la prosa e i contenuti di tali pagine? Rispetto agli scritti dei precedenti autori esaminati in questa piccola carrellata dedicata agli intellettuali a Crotone, c’è, sicuramente, meno interesse per la denuncia polemica dei mali del meridione o per il commento ironico; in pratica; Lenormant preferisce far campeggiare nei suoi testi la ricostruzione del fatto storico, senza ulteriori “abbellimenti” o interventi personali, forse giudicati un’intromissione, in alcuni casi una forzatura, fuorviante rispetto al primo doveroso obiettivo di un archeologo che consiste, appunto, nel far semplicemente rivivere la storia. Tuttavia, in merito a Crotone scrisse: “La salubrità dell’aria era dunque la condizione prescelta da Miscello per la fondazione della sua colonia a Crotone, e gli antichi scrittori sono unanimi nel vantare la purezza dell’aria di questa città ed i vantaggi del suo clima. La reputazione non è meno stabile oggi in tutte le Calabrie, benché molti secoli di negligenza nel regime delle acque alla foce dell’ Esaro, abbiano prodotto in quella zona dei terreni acquitrinosi, che non erano certamente tali nei tempi antichi. Sotto questo rapporto le condizioni di Crotone erano molto diverse da quelle di Sibari; ed è alla suddetta salubrità che gli antichi, tutti d’accordo, attribuivano la bellezza e la forza della gente che vi si era sviluppata conformemente alla promessa fatta da Apollo. (…) Anche oggi,dopo una decadenza parecchie volte secolare,che spopolò e rese incolta parte del territorio,Crotone,pianura e montagna, è notevole per la varietà e la feracità della sua produzione agricola, la cui esportazione è sufficiente per mantenere durante tutto l’anno quasi un discreto commercio nel suo porto”
In questo caso, sebbene Lenormant sia, come detto precedentemente, restio ad affrontare problematiche di stretta attualità, nel passo in esame oltre ad illustrare le condizioni della Crotone antica, spende qualche parola circa il presente attuale della città e, tanto per cambiare, dalle sue parole si evince come gli sfasci ambientali siano ancora una volta imputabili ad una cattiva gestione delle risorse e all’incapacità criminale dei governatori. Evidentemente, anche in tale circostanza, il degrado di Crotone rispetto ai suoi fasti, ha commosso e indignato lo studioso di turno e lo ha “obbligato”, seppur in modo contenuto, a lamentare la “negligenza” dell’allora giovane stato italiano. In considerazione del fatto che, a giudizio di Lenormant, e come viene rilevato puntualmente da politici imbonitori e ciarlatani attendibili solo circa questo punto, le risorse e le possibilità di sviluppo sussistono -prova ne è che, nonostante l’abbandono spaventoso in cui versa l’intera provincia, c’è ancora qualche “folle” impegnato a sopravvivere con decoro in un organismo ormai avanzatamene in necrosi- queste osservazioni circa le potenzialità della città non utilizzate al meglio infondono più tristezza che speranza per l’avvenire.
Tuttavia, ogni attenzione e riguardo dello scrittore sono catalizzati dalle vicende della “mitica” Kroton: “La eccezionalità del clima non era il solo vantaggio del sito indicato a Miscello dall’oracolo, per fondarvi la sua colonia. Crotone aveva ancora su Sibari un altro vantaggio,che doveva contribuire potentemente al suo progresso e alla sua prosperità: questo era il suo porto. Come nota Polibio esso era imperfettissimo; non offriva che soltanto in estate una piena sicurezza alle navi che vi approdavano: ma era sempre il migliore lungo tutta l’estensione della costa tra Messina e Taranto, e l’unico invero che si potesse chiamare porto, e non ancoraggio foraneo. Ciò doveva attirare un movimento considerevole di navigazione, e soprattutto permettere alla città di crearsi una marina importante di fronte a Sibari,che mai durante il periodo di più grande splendore potette possederla (…) Polibio asserisce che questa era la sorgente dell’eccezionale opulenza di Crotone, e che fino alle catastrofi apportate dalla guerra, che finirono con l’opprimerla, essa dovette alla fertilità del territorio e al commercio del proprio porto, l’unico sbocco marittimo di una regione prospera ne vasta, il concentramento nelle sue mani di grandi ricchezze, che la innalzarono al più alto grado di fortuna e di potenza”.
In questo passo, Lenormant fa mostra delle sue capacità di avveduto storico: la fortuna della città è ricondotta alle ottimali condizioni del territorio di riferimento. Rispetto a Swinburne, più incline, come abbiamo visto, a considerare i fattori “ideali”in senso crociano, egli non mancando di uno spiccato realismo indugia invece su elementi inconfutabilmente pratici per spiegare l’ascesa vertiginosa e rapida di Crotone: il clima, il suolo fertile, il porto e giacimenti di minerali molto “utili”. Per esempio, circa “le ricche” miniere d’argento di cui la città era dotata troviamo: “A tale prerogativa Crotone aggiungeva, come Atene, quella di possedere ricche miniere d’argento nel suo territorio, prerogativa essenziale in quei tempi, nei quali, più che nei moderni, l’imperfetto meccanismo del credito rendeva indispensabile l’abbondanza del numerario per lo sviluppo delle operazioni commerciali. A Verzino, su uno degli affluenti del Neto, e dalla parte delle montagne, che i Crotoniati dovettero occupare prestissimo, si incontrano dei filoni di minerale argentifero con tracce di antico sfruttamento (…). Al possesso di queste miniere i Crotoniati dovettero aggiungere più tardi quelle di Longobucco, egualmente sfruttate in antico, ma che avevano dovuto appartenere in precedenza ai Sibariti. Questa fu l’origine della grande monetazione dei Crotoniati, la quale, dal principio della coniazione monetaria degli Achei d’Italia, pare abbia sorpassato in quantità quella di Sibari stessa, e in seguito, nel quinto secolo e nei primordi del quarto, eguagliato quella di Taranto stessa”.
L’autorità e il prestigio di una città, in passato, derivavano, oltre che dal potere politico e dall’estensione territoriale, anche dalla monetazione, che a Crotone raggiungeva livelli ragguardevoli, come testimoniano le svariate, appunto, monete d’argento ritrovate nei vari punti del crotonese e in mostra nel nostro museo. Lo scontro con la vicina Sibari, come si deduce dalle parole di Lenormant, è dovuto anche all’ inevitabile rivalità per il possesso di tali risorse, anche se agli albori di entrambe “le potenze”, e per un certo periodo di tempo successivo, si parla addirittura di rapporti “amichevoli”: “Nei due primi secoli dalla sua fondazione,che segnarono la fase ascendente delle colonie Achee della Magna Grecia, Crotone s’ingrandì notevolmente e pervenne ad un alto grado di splendore e prosperità. Il suo progresso fu parallelo e contemporaneo a quello di Sibari; e le due città vissero allora in piena armonia; i loro interessi erano comuni, e fra esse esisteva quella naturale disposizione all’unione federativa, che tra le genti greche sempre distinse gli Achei. Svolgevano insieme l’opera comune per raggiungere il medesimo fine, cioè la conquista dell’Italia meridionale all’ellenismo, affrettandosi ad estendere le colonie propriamente greche, e ad assimilare abilmente le genti pelagiche. Quattro città nell’ottavo secolo a. C. erano state fondate sul litorale italiano del mar Ionio: due doriche, Locri e Taranto, alle due estremità Sud e Nord, e due achee negli intervalli Sibari e Crotone; le altre riconoscevano incontestabilmente la loro supremazia”. Da questo iniziale e tacito “patto di non belligeranza”, da questa felice concordia, si passerà agli scontri successivi che vedranno in campo schierate,l’una contro l’altra,tutte le città citate,interessate alla conquista del primato assoluto: in fin dei conti, questa stessa motivazione sarà determinante e bastevole per incrinare i precedenti armonici accordi tra Roma e Cartagine e spingere entrambe alla guerra: “Crotone e Sibari erano, ormai, ambedue troppo potenti per non divenire rivali: esse non volevano consentire ad una uguale potenza, e né l’una né l’altra si rassegnava ad alcuna scambievole dipendenza”.
Da qui, la celeberrima vittoria di Crotone su Sibari ed un consequenziale periodo di supremazia, sfortunatamente non duraturo perché, ormai coinvolta in questa girandola di conflitti per il mantenimento del potere, anche essa subirà la sconfitta da parte della città di Locri e l’ineluttabile declino. Circa le cause della sconfitta di Crotone Lenormant, secondo il proprio costume, fornisce spiegazioni concrete e reali: la favorevole posizione geografica da cui attaccarono i Locresi e la scarsa qualità dell’addestramento nell’esercito crotonese, benché, per numero, grandemente superiore a quello della rivale: “I Crotoniati pensavano di terminare la guerra in un sol colpo, schiacciando gli avversari sotto il peso di grandi masse di uomini (…) Per porre in linea tanti combattenti, Crotone aveva dovuto ammassare una turba confusa e con probabilità,armata male di contadini poco abituati al servizio militare,dai costumi pacifici (…) L’esercito locrese, però, aveva scelto per attendere i Crotoniati, una formidabile posizione, creata per facilitare la difensiva di un pugno di uomini risoluti…” Anche da questo contesto di “letture razionali” e in chiave socio-economica della storia, si evince la solita, noiosa, sgradevole, ma, ahinoi, inconfutabile morale: dalla vanagloria, dall’improvvisazione e dall’impreparazione scaturisce ben poco. Se la leggendaria Kroton è stata affossata dal proprio disimpegno, dalla propria arroganza e dalla scarsa lungimiranza, che sarà mai della Crotone piccola piccola di oggi?
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 32 del 11/08/2006

I viaggiatori a Crotone 3


Henry Swinburne: il “Nostradamus” dei crotonesi



di Romano Pesavento


Tra i diversi scrittori itineranti che si sono occupati della Calabria, Henry Swinburne occupa uno spazio del tutto particolare: innanzitutto, fu il primo ad avere quasi completamente visitato la fascia costiera della Calabria in un periodo storico, il Settecento, in cui varcare il confine immaginario collocato lungo la provincia di Napoli significava andare incontro a morte certa o giù di lì.
Inoltre, la scientificità e lo scrupolo dell’obiettività, anche a discapito del quadretto “di colore” decisamente più avvincente per il lettore meno fine, sono caratteristiche, perseguite con impegno e onestà intellettuale dallo scrittore, assai apprezzabili. A tal proposito, nella Prefazione all’opera Viaggio in Calabria, alle cui pagine attingeremo per proporre ai lettori un’ulteriore immagine della nostra città, troviamo: “Seguendo la monotona e piana traccia della verità, senza dubbio correrò il rischio di non piacere a qualcuno dei miei lettori; ma confesso che non posso accondiscendere a tenere viva la loro attenzione con la finzione non importa quanto piacevole. Secondo il mio proposito l’abbondanza d’immaginazione è esclusa completamente dall’opera, mi precludo l’abituale privilegio di trasformare una storia insignificante in una avventura sentimentale o amena”
Dunque, lo scopo dell’intellettuale è quello di raccontare la realtà in modo veritiero senza indulgere ad inutili preziosismi letterari o, peggio ancora, al folcloristico, al caricaturale, per appagare la sete inestinguibile di “bizzarrie” esotiche del ceto medio alfabetizzato .
Egli si preparò all’incontro con la nostra regione con serietà metodica: ogni aspetto linguistico, storico, letterario e scientifico venne considerato, anzi studiato, in ogni minimo dettaglio, al fine di comprendere e meglio registrare quanto si sarebbe proposto alla sua attenzione durante l’intero percorso. D’altra parte, una condotta così meticolosa e aperta a nuovi orizzonti culturali era una diretta conseguenza dell’Illuminismo, corrente in cui Swinburne pienamente si riconosceva e del cosmopolitismo in cui credeva fervidamente: la curiosità e l’autentico interesse per l’umanità e per tutte le forme di civiltà, seppur diversissime da quella propria, ne fecero non solo un libero pensatore ma anche un indefesso viaggiatore, tanto che il Nostro morì a Trinidad per un colpo di sole, dopo aver condotto una vita intensa e frenetica, spesa tra mille viaggi e spedizioni verso i più disparati paesi, all’insegna della scoperta, della irrequietezza, del gusto per la divulgazione e il reportage.
Tornando più direttamente all’argomento, egli si recò in Calabria in due riprese: in un primo momento, nel maggio del 1777, percorse tutta la costa ionica; nel 1778, invece, visitò la regione procedendo da Messina a Tropea via mare e da Tropea a Morano lungo la via Popilia .
In merito a queste sue esperienze scrisse diverse pagine che, se non sono memorabili dal punto di vista letterario, risultano, tuttavia, molto equilibrate e scorrevoli: di certo non mancano le citazioni più appropriate, né le argomentazioni dell’autore si presentano deboli o carenti di testimonianze autorevoli. Per sintetizzare, Swinburne possiede il raro pregio di non inventarsi niente e di riportare soltanto ciò di cui è assolutamente certo, tramite verifica de visu o confronto con più fonti attendibili: in un certo senso egli si percepisce e si propone come una sorta di storico, il cui compito non è quello di ritrarre una realtà socio-politica depressa per solleticare il senso di superiorità del benestante europeo ma, dietro un’analitica registrazione/denuncia dei mali di uno stato in crisi, il Regno delle due Sicilie, invitare alla riflessione e all’azione risolutiva.
Ad ogni modo, vediamo come descrive la Crotone del 1777: “Crotone è l’erede della città di Croton, ma non ne occupa lo stesso sito… essa è fortificata da una sola cinta di mura e da un castello eretto da Carlo V, le case private sono povere e sordide, le vie tetre e strette: il malcontento, la miseria e lo sconforto erano profondamente dipinte nel volto di tutti gli abitanti che incontrai. C’è poca animazione, poca attività commerciale, formaggio e grano sono i principali prodotti. Per lo stivaggio del grano ci sono due file di granai nei dintorni; l’esportazione annuale é di duecentomila tomoli. Il formaggio è abbastanza buono, ma ha il sapore troppo piccante ed acre comune a tutti i formaggi di capra. Il vino non è cattivo e sembra suscettibile di miglioramento se lavorato e conservato con migliore cura. (…) Importanti lavori sono stati fatti dal governo attuale per creare un porto a questa città. Il tempo dimostrerà se l’opera è stata diretta con intelligenza e giudizio… io certamente avrei giudicato più favorevolmente un’opera che, come la mano di Dio, costruisce un porto sicuro dove gli antichi marinai disperavano di poter trovare un ancoraggio valido, se non fossi stato informato che venerande rovine della città antica, dei suoi sobborghi e dei suoi templi sono stati saccheggiati per fornire materiale ai moli ed ai suoi contrafforti. Fu un risparmio trascurabile in un’impresa così costosa ed un atto di grande inciviltà da parte dei ministri che pur si sono vantati degli scavi fatti eseguire da loro ad Ercolano e della cura con cui hanno preservato i monumenti antichi….”
Anche in questo caso,seppur in pochi tratti, si profila efficacemente un ritratto della città, desolante, piuttosto tetro e orribilmente in linea con le pessime condizioni economico-sociali della Crotone odierna.
Swinburne aveva colto nel segno: il cittadino crotonese di ogni epoca, a parte i lontani fasti “magno-greci” -della cui esistenza cominciamo paradossalmente a dubitare, considerando il millenario degrado in cui ci ritroviamo e siamo abituati a pensarci- non conoscendo, né riuscendo ad immaginare per la propria città e per il proprio futuro prospettive, si immalinconisce, si deprime e porta sul viso i segni di un infinito malessere.
D’altra parte, la povertà e l’abbandono da parte delle istituzioni non contribuiscono certo a far piroettare euforici i nostri concittadini sul corso o sul mitico (?) lungomare, ora come allora. Anzi, lo sconforto diviene ancora più irrimediabilmente opprimente quando si verifica, volta per volta, che in fondo Crotone è sempre stata considerata terra di conquista da sfruttare, da tradire, da violare più che da amministrare o sostenere. Anche dietro quello che dovrebbe costituire un fattore di miglioramento per la popolazione, l’edificazione di un porto più funzionale, si ritrova la consueta indifferenza delle Autorità (di ogni governo o momento storico) per lo strazio, lo scempio -non accusateci di essere patetici- delle risorse territoriali.
Di fronte alle miserie incontrate, Swinburne, un po’ per dovere di cronaca, un po’ per autentica reazione contro una decadenza impietosa e forse immeritata, ripercorre alcune fasi della storia di Crotone: “Non farò alcuna congettura su Ercole o Miscello, i supposti fondatori di Crotone la quale fu certo occupata da navigatori provenienti dall’Acaia e i cui discendenti salirono per virtù e valore in altissima fama tra i Greci.
Questo valore e questa virtù derivarono, presumibilmente, dai sani precetti e dalle severe istituzioni della scuola pitagorica. Questo incomparabile saggio ( Pitagora) trascorse gli ultimi anni della sua vita allenando i Crotoniati nella vera arte del governo che sola può assicurare felicità,gloria ed indipendenza. Sotto l’influenza di questa filosofia i Crotoniati abituarono il corpo alla frugalità ed alle privazioni e la mente all’abnegazione ed al sacrificio per la patria.
Le loro virtù venivano ammirate in tutta la Grecia dove vi era un proverbio che diceva che l’ultimo dei Crotoniati era il primo dei Greci.
In una sola olimpiade ben sette cittadini di Crotone risultarono vittoriosi, ed il nome di Milone è tanto famoso quanto quello di Ercole (….) La prestanza degli uomini e la bellezza delle donne erano attribuite al clima che si credeva possedesse qualità favorevoli allo sviluppo del corpo. I loro medici avevano una grande reputazione; e tra questi Alcmeone e Democide divennero molto famosi (…) In quegli anni fortunati lo stato di Crotone era molto fiorente. Le sue mura avevano un perimetro di dodici miglia. Di tutte le colonie fondate dai greci questa solo recò soccorso alla madrepatria quando fu invasa dai Persiani.
Il profilo della Crotone antica è di sicuro esaltante e riempie di orgoglio: uomini valorosi e virtuosi, menti profonde e ingegnose (Pitagora, Alcmeone) al servizio della collettività e del Sapere, donne belle e pie. Ancora: potenza, forza, prosperità, senso dell’onore. Insomma, era noto a tutti che la provincia avesse un illustre passato alle spalle, ma qui si delinea l’idea di un vero e proprio primato, in quanto c’è di più nobile, per la nostra città. Cosa ha determinato il tramonto di tutto questo? A tale legittimo interrogativo è lo stesso Swinburne a fornire una risposta: la decadenza dei costumi e l’abbandono della consueta e seria condotta di vita. Secondo lo scrittore, i Crotoniati piegarono la corrotta Sibari forti della loro disciplina morale e fisica; tuttavia dall’ incontro-scontro con una simile civiltà riportarono una ferita mortale: la contaminazione della propria purezza, evento che segnerà la fine di un intera epoca. Quando i Locresi, assai meno avvezzi ai lussi, attaccheranno i Crotoniati sulle rive del Sagra, sarà la catastrofe. Già al tempo di Annibale (durante la seconda guerra punica), la città che contava pochi abitanti, successivamente trasferiti a Locri, fu interamente occupata dai Cartaginesi e nel 200 a.C. i Romani vi realizzarono una colonia. Il seguito della storia di Crotone inanella una serie paurosa di sciagure e sfortunate vicende socio –politiche che, in questa sede, non riproponiamo nel dettaglio sia per mancanza di spazio che per scongiurare il penoso e patetico effetto “autoflagellazione”.
Tuttavia una domanda è lecito porcela: si può spiegare la fine di un mondo così solido e civile con la frusta motivazione della perdita dell’innocenza? Certamente sì, semplicemente perché è assolutamente impossibile sostenere il contrario. Non solo tale causa, insieme ad altri fattori, da sempre è addotta per comprendere la fine dell’ Impero Romano; ma ragionando con serenità e attenzione essa si può, senza ombra di dubbio, identificare con quel motore mostruoso alla base di ogni meccanismo finalizzato a svellere dalle fondamenta, abbattere ed ingoiare nel nulla, da sempre, popoli e civiltà. Accidenti, quanto siamo apocalittici in queste spensierate (?) giornate di “canicola”! Eppure non si tratta di moralismo gratuito o di vestire gli sgradevoli e fuori moda panni del bacchettone giusto per darsi un tono, per rendersi “originali” a tutti i costi: senza onestà, senza valori e senza impegno non esiste alcuna possibilità di sviluppo o di progresso. Prima lo capiamo, meglio sarà. Amen.
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIII n. 31 del 04/08/2006