mercoledì 11 marzo 2009

Memorie dal confine 22

Dev’essere chiamato folle l’ignorante che invidia chi si è distinto per le sue cognizioni, quegli è da contarsi tra i miseri, anzi fra i miserrimi

Nulla si crea, tutto si distrugge e niente si trasforma?


Non è vero che la sovrabbondanza di forza di lavoro sia fonte di miseria. No, gli uomini sono ricchezza e fonte di ricchezza.


di Romano Pesavento

Siamo ormai giunti in Primavera inoltrata: il sole splende, la temperatura sale e le strade della provincia si presentano polverose, “incerottate” e sporche; d’altronde, anche il resto dell’“arredamento” urbano risulta trascurato e opaco. Un simile, invidiabile, aspetto, tra breve, darà il benvenuto ai pochi turisti che quest’estate avventurosamente s’accingeranno a visitare la città, per contemplarne il residuo splendore! Intanto, nella stessa, si organizza con denaro pubblico l’ennesimo convegno. Indovinate su chi? Sulla figura di Pitagora, ovvio. Crotone, vittoriosa sui Sibariti per merito dei consigli dell’insigne filosofo di Samo, Crotone, culla della matematica, Crotone centro del Mediterraneo sono solo alcuni dei tanti temi che i relatori, veramente ispirati da autentica vis oratoria, sciorinano nell’ovale della “corrida” tra gli applausi scroscianti di un pubblico d’elite entusiasta. Peccato che l’uditorio, non ce ne vogliano, fosse in prevalenza piuttosto in là con gli anni, e costituito, per lo più, da amministratori locali, portaborse e loro simpatizzanti.
Eppure, uscito dalla sala respiro il vuoto. Forse se Pitagora oggi fosse qui, a Crotone, emigrerebbe anche lui; magari utilizzando le famose valigie di cartone. Ebbene si! Proprio le valigie di cartone: è questo il destino che la città riserverebbe anche ad un insigne pensatore del suo calibro. In realtà, su un tema drammatico e complesso come quello dell’emigrazione, c’è poco da scherzare. Soprattutto considerando che nessuno ne parla; oppure, quando e se capita, ci si limita a qualche contrita considerazione di circostanza, da “indossare”, insieme al completo migliore, al prossimo intenso e significativo convegno.
In merito a ciò voglio ricordare, ancora una volta, quanto letto in un discorso di Palmiro Togliatti: “Circa le emigrazioni, niente, e si capisce il perché. Noi abbiamo però il diritto e il dovere, in proposito, di sottolineare ancora una volta la nostra posizione. La nostra convinzione è che la questione della disoccupazione permanente, dell’esistente sovrappiù di mano d’opera, e cioè di una massa di uomini capaci di lavorare ma a cui manca il lavoro, sia una questione che deve essere risolta all’interno del Paese.


Non è vero che la sovrabbondanza di forza di lavoro sia fonte di miseria. Se ciò fosse vero il Paese più ricco di tutto il mondo dovrebbe essere la Groenlandia che ha uno o due abitanti per chilometro quadrato. No, gli uomini sono ricchezza e fonte di ricchezza, ma occorre una politica economica che provveda ad assicurare loro il lavoro, mediante una giusta amministrazione degli scambi internazionali e una giusta distribuzione delle ricchezze della nazione. Bisogna che la gente mangi di più, si vesta meglio, abbia più scarpe e alloggi migliori e coltivi meglio i campi, affinché si possa espandere il mercato interno creandosi lavoro per tutti.” (Togliatti P., Dove va l’Italia? – Discorso di Palmiro Togliatti sul viaggio di De Gasperi in America, Camera dei Deputati 09.10.1951)
Come sostiene Togliatti, ed è ribadito dai sociologi e dagli esperti del settore, lo spopolamento di un luogo non è certo l’arma vincente per superare la crisi economica in cui versa una comunità. Crotone potenzialmente è ricca di risorse (territoriali ed umane), anche questo è stato assodato in più di un’occasione; ma nulla di proficuo, di vantaggioso e di risolutivo potrà mai accadere se le forze migliori della città sono costrette ad abbandonarla, se le ricchezze naturali vengono svendute per qualche pugno di euro alla prima occasione utile o per qualche “tornaconto personale”. Parafrasando, a nostro modo, le scienze esatte, alla faccia di Pitagora e della sua celebrata scuola, potremmo dire: Nulla si crea, tutto si distrugge e niente si trasforma. Se non in peggio.
Circa la definizione di lavoro, poiché ovviamente il fenomeno dell’emigrazione si ricollega all’endemica carenza occupazionale che contraddistingue il nostro territorio, rimandiamo ad alcune riflessioni espresse da Marx, permettendoci di ricordare come a causa del lavoro si possa morire, sia nel caso in cui sia svolto in assenza di sicurezza e in condizioni disumane,che nell’eventualità deprecabile in cui,invece, manchi e non sia possibile conservare la propria dignità di esseri umani.

“In primo luogo il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una fra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita. Operando mediante tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria. Sviluppa la facoltà che in questa sono assopite e assoggetta il giuco delle loro forze al proprio potere. Qui non abbiamo da trattare delle prime forme di lavoro, di tipo animalesco e istintive. Lo stadio nel quale il lavoro umano non s’era ancora spogliato della sua prima forma di tipo istintivo si ritira nello sfondo lontano delle età primeve, per chi vive nello stadio nel quale il lavoratore si presenta sul mercato come venditore della propria forza lavoro. Noi supponiamo il lavoro in una forma nella quale esso appartenga esclusivamente all’uomo.” (K.Marx, Il capitale, libro I, pag. 211-212, Editori Riuniti, 1974)
Il lavoro rappresenta da sempre uno strumento di realizzazione personale e professionale, oltre che un potentissimo mezzo di affrancamento. In merito a questo argomento, segnaliamo che il poeta Virgilio, nel suo poema didascalico le Georgiche, considerava il lavoro come un momento fondamentale di valorizzazione della persona e non come una sorta di castigo divino, come in precedenza, nell’età antica, si reputava. Attualizzando tale problematica, dire che il denaro non produca libertà, non è del tutto corretto. Produce autonomia e ciò rappresenta la prima tappa verso il proprio personale concetto di emancipazione. La mancanza di lavoro rende deboli, schiavi e ricattabili. Ecco perché, dal mio modesto punto di vista, si dovrebbe parlare molto più spesso, rispetto a quanto non avvenga attualmente, di occupazione, strategie, piani di sviluppo. Occorre, in poche parole, costruire l’architettura del nostro futuro mercato del lavoro.
È importante, indubbiamente, la collaborazione di tutte le forze sociali, anche se la concordia, quando si parla di lavoro e implicitamente del potere che esso conferisce a chi lo dispensa, è veramente difficile meta da raggiungere. Spesso si creano piccoli e grandi egoismi, pettegolezzi e meschinità di ordinaria amministrazione tra gli aspiranti ad un ruolo, ad una carica, ad un semplice posto di lavoro. Il merito non basta; spesso, anzi, dalle nostre parti, costituisce un insormontabile ostacolo. I privilegi dell’elite non vanno mai intaccati: chi non vanti spalle coperte, diviene agli occhi dei più un insopportabile parvenù. Non dovrebbe funzionare in questa maniera. A tal proposito riportiamo le parole di Urich von Hutten:“E così ti confesso di non invidiare coloro che provenendo dalle classi più umili si sono sollevati anche al disopra delle mie condizioni; e qui non condivido l’opinione degli uomini del mio rango, i quali sogliono disprezzare persone di bassa origine che siano affermate per la loro capacità. Si ha pienamente ragione, infatti, di anteporre a noi coloro che hanno preso per sé e fatto proprio possesso la materia della fama che noi abbiamo trascurato; siano costoro anche figli di gualchierai e conciatori, hanno tuttavia saputo raggiungere un tal fine a prezzo di difficoltà ben maggiori di quante ne avremmo incontrate noialtri. Non soltanto dev’essere chiamato folle l’ignorante che invidia chi si è distinto per le sue cognizioni, ma quegli è da contarsi tra i miseri, anzi fra i miserrimi; e da questo errore è affetta in particolar maniera la nostra nobiltà.” (Lettera di Urich von Hutten a Wilibald Pirkheimer, 25 ottobre 1518, sta in J. W. Goethe, Dalla mia vita poesia e verità, vol. II)
Ritornando al tema del lavoro, il mese in corso inizia con una importante ricorrenza per tutti: il primo maggio; a Crotone tale celebrazione assume scarso rilievo e importanza; pochi in città possono vantarsi di godere con serenità di tale occasione di meritato riposo: la disoccupazione “forzata” lascia la bocca amara in una giornata del genere. Sarebbe bello che la provincia di Pitagora potesse segnalarsi finalmente per una inversione di rotta, su tale questione, che non tardi troppo a venire.

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 18 del 04/05/2007;

Memorie dal confine 21

Sono dunque le autorità manipolate e mantenute artificiosamente quelle che noi combattiamo.


Ragioni “buone” e ragioni “vere”!


Non sono i sogni, le illusioni, le parole vuote che cambiano, modificano, sviluppano la realtà materiale, ma le radici storiche, i valori morali, le certezze quotidiane


di Romano Pesavento

Ormai, più volte, nei nostri ragionamenti abbiamo dimostrato come gran parte dei politici locali non segua o non conosca quei contenuti morali ed etici che differenziano l’agire concreto e fattivo all’interno di un partito, dalla semplice appartenenza ad uno schieramento. Non si tratta di scegliere un fustino di detersivo anziché un altro; bensì di dare risposte attraverso comportamenti e posizioni chiare e trasparenti. L’aspetto più interessante, quasi a livello “antropologico”, è il propugnato marxismo di sedicenti teorici, duri e puri, della coerenza ideologica più totale, che, però, guarda un po’, non sono immuni dalle seduzioni del tanto vituperato capitalismo.
Nascosti, quindi, dietro l’ombra del capitalismo più estremo in cerca di elemosina, vivono e si diffondono i “feticci usurpatori”. Il noto socialista Filippo Turati amava ricordare che: “il miglior modo di commemorare, di ritardare la vera morte agli uomini insigni che se ne andarono stanchi, è quello di imitarli un po’, quanto le nostre forze consentono: di continuarli come meglio possiamo.” (Filippo Turati, Uomini della politica e della cultura)

In realtà, dopo il congresso nazionale dei DS, cui ha partecipato una nutrita delegazione della nostra città, regna sovrana una grande confusione; anche se i più scaltri si spacciano per fini interpreti del cambiamento politico, naturalmente, ignorando fatti, personaggi e storia della sinistra, che dovrebbero costituire, invece, il fulcro del pensiero politico del partito. Si giustificano le trasformazioni sulla base esclusiva dei propri vantaggi personali e si rammenta all’amico più caro l’esigenza di parlare del nuovo ai più giovani. Che il “nuovo” sia in realtà il più vecchio? Si ripete comunemente che i giovani dell’ultima generazione possano venire disorientati da paroloni foschi e di odor vagamente da gulag sovietico come socialismo. In verità, quello che “scandalizza i fanciulli” sono le disparità economiche dovute a difformi possibilità di sbocchi professionali, è l’attaccamento, con il mastice, alla poltrona governativa, è la mancanza di un ricambio generazionale nei punti nevralgici della nostra società, è il disinteresse per le sorti del precario, che anzi, con un rapporto contrattuale incerto alimenta il benessere e la fortuna altrui. Di chi? Dei solititi “noti”.
Oggi la parola d’ordine è democrazia; cosa che ci sentiamo di sottoscrivere senza riserve, fermo restando che quest’ultima non è un’invenzione dei nostri giorni; infatti, basti leggere le parole di Augusto Bebel, fissate nel lontano 3 febbraio 1893, per comprendere tutta la valenza di tale concetto applicato alla vita associata e alla politica: “Vedete, o signori, questo è appunto la nostra forza: da noi non c’è autorità di sorta. A parte quella che ciascuno acquista naturalmente colla propria attività, colla propria capacità, collo spirito di sacrificio, colla devozione alla causa; un’autorità artificiosa, fabbricata, questa noi non conosciamo affatto. I compagni quando credono, di possedere uomini atti a difendere energicamente i loro interessi, affidano loro, come ben si capisce, qualche carica direttiva; ma quanta importanza abbia un tal genere di autorità, voi potete rilevarlo da tutti i nostri Congressi. Nessuno, non Liebknecht, non io, può in questi congressi sottrarsi alle critiche del compagno più oscuro – se è lecita una simile distinzione – e tale critiche hanno un tono che non sarebbe tollerato in nessun altro partito. È un sistema, o signori, che a noi non spiace: anzi…troviamo che è un sistema razionale. Sono dunque le autorità manipolate e mantenute artificiosamente quelle che noi combattiamo. Noi siamo contro tutte le autorità, contro le autorità celesti e le terrene, che vi servirono fin qui a guidare le masse e con cui vorreste continuare a guidarle. Ecco l’enorme abisso che v’è tra voi e noi.
Ma poi voi venite parlarci di “tirannia socialista”, ed ecco di nuovo una di quelle asserzioni che non riescite a provare. Ma come! da una parte mancanza di autorità, dall’altra tirannia? Questa è una contraddizione! D’altronde chi la esercita, tal tirannia? Se alcuno di noi osasse farla sentire verso un solo compagno, siate tranquilli, avrebbe da stare allegro. Sono i nostri programmi, i nostri regolamenti organici chiari e precisi quelli che dettano il contegno a ciascuno di noi. In nessun partito si adopera tanta energia come nel nostro a comprimere ogni tentativo di tirannia; giacchè il partito deve essere nella sostanza e nella forma un partito democratico se vuol raggiungere i propri fini. Anche per tal riguardo noi siamo in opposizione contro tutti gli altri partiti, poiché nessuno di questi è veramente democratico.” (Augusto Bebel, Alla conquista del potere – discorso al palamento tedesco, 1893)
Credo, inoltre, sia oggi di grande interesse ed importanza riproporre anche le parole del senatore comunista Sereni, che, sul tema della democrazia socialista, così dibatteva al Senato: “La democrazia socialista è una democrazia che si difende, e non colpisce gli stracci che vanno all’aria ma quelli che voi stessi avete proclamato ed esaltati come i capi della rivolta e i paladini della restaurazione capitalistica (…). Non è un caso che lo stesso schieramento che qui in quest’Aula si è prodotto, non è un caso che questi ardenti paladini della democrazia si siano tutti pronunciati in questi giorni a favore del colpo Stato dei generali fascisti francesi….” (E. Sereni, La democrazia socialista si è difesa – intervento al Senato 18 giugno 1958)

Riflettiamo, anche per poco, sulle fantasie “sibilline” che muovono i nostri pirotecnici trasformisti politici. È evidente che denigrare completamente il ruolo sociale del demagogo di turno, in grado di veicolare risorse e mezzi, a volte inspiegabilmente (!) anche a favore di una realtà depressa come la nostra, oltre ché per se stesso come di norma, rimane un “passaggio” difficile. Tuttavia, non smetterò mai di criticare coloro i quali pensano che tali figure siano le uniche possibili nel nostro contesto, considerandole funzionali e utili al nostro sistema sociale e reputando il silenzio la principale virtù della nostra terra. Non sono i sogni, le illusioni, le parole vuote che cambiano, modificano, sviluppano la realtà materiale, ma le radici storiche, i valori morali, le certezze quotidiane.
Mi sembra doveroso porre al lettore/elettore la seguente domanda: a chi appartiene la gestione del nostro futuro: a noi o a loro? Rivendichiamo il nostro diritto di scelta. Torniamo un secondo al “vecchio” e proponiamo un passo significativo del discorso di Bebel: “È perciò che chiediamo: Suffragio universale, eguale e diritto dai vent’anni, sia per gli uomini che per le donne – Per le donne… voi inorridite, non è vero? Legislazione diretta del popolo con diritto di proposta e di rigetto delle leggi, revoca di ogni legge contraria all’assoluta libertà d’opinione o di riunione o limitatrice dell’eguaglianza politica e civile della donna rispetto all’uomo; la religione dichiarata cosa privata, la scuola secolare, gratuità della giustizia e del patrocinio.” (Augusto Bebel, Alla conquista del potere – discorso al palamento tedesco, 1893). Forse questi principi non nutrono e sostanziano la tanta invocata democrazia? Al giorno d’oggi, anche un uomo di destra, che non voglia apparire antidiluviano, concorderebbe con tali ragionevoli affermazioni. La verità è che la sinistra ha sempre avuto un grande ruolo propositivo e sperimentatore in tutto quello che concerne la politica, la cultura e la socialità. Tutte le invenzioni, ogni cambiamento in funzione di una migliore qualità di vita partono dalla voglia di “creare”, superando quanto il presente già offre. Questo spirito pionieristico, avventuroso, gioioso e solidale dovrebbe permeare sempre l’azione politica di un partito di sinistra.
Lascio i lettori con i versi del poeta Heinrich Heine:“V’è pane quanto basta su questa terra/ per tutti i figli dell’uomo; abbondano le rose, i profumi, la bellezza e l’aria/ e non mancano neppure i piselli;/ si; ce n’è per ciascun uomo,/ non appena scoppiano i gusci!/ il cielo lo lasciamo/ agli angeli e ai passeri./”
La vita, per quanto questo concetto possa suonare di un’ovvietà estrema, potrebbe, con l’impegno, la responsabilità , la solidarietà e l‘onestà intellettuale di tutti, ma in particolare di chi ci governa, diventare meno aspra per ciascuno di noi. Non c’è bisogno neanche di grandi speculazioni filosofiche in merito, urge invece l’azione pianificata e risolutrice di uomini ai quali consegnare con fiducia il proprio avvenire; altrimenti ogni congresso, ogni riunione, ogni intervento rimarrà lettera morta.

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 15 del 13/04/2007;

Memorie dal confine 20

“L’ottimismo non è altro, molto spesso, che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la volontà di non far nulla”


Il presente capovolto!


Politicanti senza arte ne parte, gentarella che vive alla giornata, saziando bassi desideri e proponendosi scopi ideali adeguati alla sua psicologia crapulona è l’immagine del nostro triste contesto


di Romano Pesavento

“Ottimismo e pessimismo. È da osservare che l’ottimismo non è altro, molto spesso, che un modo di difendere la propria pigrizia, le proprie irresponsabilità, la volontà di non far nulla. È anche una forma di fatalismo e di meccanismo. Si conta sui fatti estranei alla propria volontà e operosità, li si esalta, pare che si bruci di un sacro entusiasmo. E l‘entusiasmo non è che esteriore adorazione di feticci. Reazione necessaria, che deve avere per punto di partenza l’intelligenza. Il solo entusiasmo giustificabile è quello che accompagna la volontà intelligente, l’operosità intelligente, la ricchezza inventiva in iniziative concrete che modificano la realtà esistente.”(A. Gramsci, Passato e presente)

Ottimismo e pessimismo sono due atteggiamenti nei confronti della vita, come è evidentemente noto a tutti, diametralmente contrapposti e conflittuali. Ai nostri giorni, pare risulti molto á la page, manifestarsi propositivi, giovanili, dinamici, intraprendenti e… fiduciosi nell’avvenire. Chi non indossa un maxi paio di occhiali rosa sul naso, diventa automaticamente apocalittico e “vecchio”. Eppure, già un personaggio divertente di Carlo Verdone ammoniva, gesticolando in modo nevrotico: “Io non sono pessimista, sono realista”. Intendiamo semplicemente dire che raccontare la realtà e non le favole, spesso generosamente propinate da entusiasti demagoghi, è scomodo, fastidioso, sgradevole. Come si evince dal pensiero di Gramsci, il pessimismo, con tutto il suo carico di analisi lucidamente “chirurgiche”, accurate meditazioni e spietati confronti, non è pane per tutti, per svariati motivi; ma soprattutto perché è rassicurante azzerare i conflitti o ignorare eventuali soluzioni allo stato di malessere denunciato. In effetti, fin dalla più tenera età, s’insegna che non basta criticare o condannare un determinato aspetto della società, ma urge proporre e costruire il nuovo sulle ceneri di quanto è superato, per contribuire in modo significativo al progresso della collettività. Il pessimismo gramsciano si nutre di impegno sociale ed umano e conosce tutto lo slancio generoso di chi, insoddisfatto del presente, scalpita e lotta per cambiare quello che non funziona. Dall’ottimismo ottuso, miope e specialmente immotivato, non nasce nulla di proficuo per nessuno. O meglio, forse, qualcuno dall’inerzia ha tutto da guadagnare.
Il “pistolotto” di questa settimana serve ad introdurre un avvenimento di fondamentale importanza per Crotone: il congresso regionale dei DS. Congresso che dovrebbe conferirci, ancora una volta, il “premio fedeltà” della politica regionale: come se l’ “onore”, per quanto elevato, di ospitare una simile manifestazione potesse in qualche modo risarcire la città di tutti gli altri interventi necessari ad un corretto funzionamento della stessa, che vengono sistematicamente rinviati o disattesi. Già, tutti noi sappiamo che, malgrado, i molteplici congressi, convegni, seminari, Crotone rimane e sarà, viene da sospettare, sempre fanalino di coda delle province italiane. Non congressi, convegni, seminari, ma lavoro! Questa è la “canzone popolare”, che echeggia da ogni parte. Occorrono azioni concrete, progetti e programmi capaci di sviluppare un sistema di produzione competitivo e funzionale ai bisogni del territorio. Fino ad oggi, la politica ha fallito la sua missione: il pessimismo lucido di gramsciana memoria ci impone di dichiarare con crudezza la verità dei fatti, senza mezzi termini. Ciò non toglie che la speranza in un cambiamento di rotta sia sempre viva, purché lo si desideri autenticamente. Cosa di cui si incomincia a dubitare.
“Ogni società vive e si sviluppa perché aderisce a una produzione storicamente determinata: dove non esiste produzione, dove non esiste lavoro organizzato, non esiste società, non esiste vita storica. La società moderna ha vissuto e si è sviluppata fino alla fase attuale perché aderiva a un sistema di produzione: a quel sistema di produzione storicamente determinato dall’esistenza di due classi, la capitalistica, proprietaria dei mezzi di produzione e la classe lavoratrice, al servizio della prima, aggiogata alla prima dal vincolo del salario, dal vincolo della minaccia incombente di morte per fame.
Nello stadio attuale la classe capitalista è rappresentata da un ceto… d’avanguardia, la plutocrazia; Le funzioni tradizionali della classe capitalistica nel campo della produzione sono passati nelle mani di un ceto medio ceto irresponsabile, senza vincoli né di interesse né psicologici con la produzione stessa: burocrati del tipo “impiegati dello Stato”, venali, avidi, corrotti, politicanti senza arte ne parte, gentarella che vive alla giornata, saziando bassi desideri e proponendosi scopi ideali adeguati alla sua psicologia crapulona: possedere molte donne, avere molti quattrini da spendere nelle alcove delle prostitute d’alto rango e nello sfarzo vistoso e grossolano, avere una particella del potere di tormentare e far soffrire altri uomini sottoposti.” (A. Gramsci, L’operaio di fabbrica, L’Ordine Nuovo del 21 febbraio 1920)
Il ritratto della struttura sociale elaborato da Gramsci risulta assai aderente alla nostra epoca. Al di là di alcune analisi, forse etichettabili come vetero-comuniste, il quadretto dei burocrati medi, del ceto dominante, nel suo grottesco squallore, è più che attuale: quanti personaggi loschi e untuosi si aggirano per i corridoi del potere, nutrendo come unico ideale il desiderio di potere e soprattutto di esercitare il proprio prestigio personale arricchendosi o tormentando, irridendo, calpestando chi non gode di altrettanta fortuna? La politica dovrebbe, come arte, scienza e tecnica del governo, essere tenuta al riparo da tutto questo. Ahinoi, siamo proprio lontani da una simile, edificante, prospettiva.
Assai interessante risulta essere la lettura de Il principe di Macchiavelli, molte volte studiato e rivisto proprio da diversi uomini di Stato, e che, applicata alla nostra realtà, ci può fornire indicazioni e suggerimenti su come la politica si debba, generalmente, muovere: “Nessuna cosa fa tanto stimare un principe, quanto fanno le grande imprese e dare di sé rari esempi…Giova ancora assai a uno principe dare di sé esempi rari circa governi di dentro, simili a quelli che si narrano di messer Bernabò da Milano, quando si ha l’occasione di qualcuno che operi qualche cosa estraordinaria, o in bene o in male, nella vita civile e pigliare no modo, circa premiarlo o punirlo, di che s’abbia a parlare assai. E sopra tutto uno principe si deve ingegnare dare di sé in ogni sua azione fama di uomo grande e di uomo eccellente.
È ancora stimato uno principe, quando elli è vero amico e vero inimico, cioè quando sanza alcuno respetto si scuopre in favore di alcuno contro ad un altro…Debbe ancora uno principe mostrarsi amatore delle virtù, et onorare li eccellenti in una arte. Appresso, debbe animare li sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizii loro, e nella mercanzia e nella agricoltura, et in ogni altro esercizio delli uomini, e che quello non tema di ornare le sua possessione per timore che li sieno tolte, e quell’altro di aprire uno traffico per paura delle taglie; ma debbe preparare premii a chi vuol fare queste cose, et a qualunque pensa in qualunque modo ampliare la sua città e il su stato. Debbe, oltre a questo, ne’ tempi convenienti dell’anno, tenere occupati e’ populi con le feste e spettacoli.” [Nicolò Macchiavelli, Il principe, Quod principem deceat ut egregius habeatur (Che si conviene a un principe perché sia stimato)]
A questo punto, possiamo anche questa settimana trarre le nostre conclusioni. Ai nostri lettori proponiamo una breve poesia di Brecht, il quale, senza menzionare la parola “comunista”, spiega, con parole semplici un modo di essere integralmente onesto, che per lo scrittore dovrebbe costituire l’essenza dell’agire politico di sinistra. Purtroppo, raramente, oggi, specie nel nostra realtà, possiamo ritrovare una tale potenza di significato così evocativa e suggestiva.

“È ragionevole, chiunque lo capisce. È facile./ Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere./ Va bene per te, informatene./ Gli idioti lo chiamano idiota e, sudici, sudicio./ È contro il sudiciume e contro l’idiozia. Gli sfruttatori lo chiamano delitto. Ma noi sappiamo:/ è la fine dei delitti./ Non è follia./ Non è il caos ma/ l’ordine, invece./ È la semplicità/ che è difficile a farsi.” (Bertolt Brecht, Lode del comunismo, 1933)

martedì 10 marzo 2009

Memorie dal confine 19

"Marx: non rinunciamo a costruire una “società di liberi e uguali” non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la “produzione delle condizioni della loro vita”


Che vale, moralmente, Crotone?


“Io vidi gente sotto infino al ciglio; e ’l gran Centauro disse: “E son tiranni che dier nel sangue e nel aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni…”


di Romano Pesavento

Nei meandri della biblioteca civica “Vincenzo Jobbi”di Udine, nascoste tra la polvere del tempo, stavano due importanti relazioni politiche, scritte da Natta e Berlinguer. Consapevole che rivisitare il passato consente di capire e interpretare il presente, ho pensato di confrontare, ancora una volta, i grandi della politica italiana con la miopia, con la mancanza di slancio, con l’assenza di totale fantasia dell’azione amministrativa attuale, con lo scopo, forse ambizioso, di scoprire il percorso “anomalo”, che spinge oggi la politica, soprattutto quella crotonese, a trasformarsi, in modo oscenamente proteiforme, ad ogni piè sospinto, ed a svuotarsi, completamente, di ogni residuo contenuto etico ed ideologico.
“Essere diversi dagli altri vuole dire anche continuare ad essere noi stessi colpire e battere tutto ciò che può offuscare il volto del nostro partito. È essenziale, soprattutto se vogliamo parlare ai giovani, che in una crisi profonda della società, della cultura, delle idee, aspirano non solo a compiere la propria esperienza, ad assumere un ruolo nella vita del paese, ma cercano anche risposte rigorose alla loro ansia di un mondo e di una società migliori, ma cercano anche esempi di rigore politico e morale, cercano educatori in cui avere fiducia. Qui è il termine di confronto della nostra volontà di rinnovare il partito, nella coerenza ai lineamenti e alle caratteristiche che sono all’origine della sua forza popolare, della sua autonomia di classe, del suo spirito unitario, della sua vocazione internazionalista.” (Natta A., Relazione sulle conclusioni della commissione di organizzazione, 1969)
Quanta avvedutezza e saggezza politica in queste parole. Il primo compito che dovrebbe prefiggersi un politico lungimirante dovrebbe essere quello di riuscire a toccare il cuore dei giovani, verde speranza della società, e, assai meno romanticamente, futuri elettori. “Essere se stessi” è un principio che sicuramente non viene messo in discussione dall’attuale classe dirigente, considerando che, senza alcuna remora, si approfitta delle risorse pubbliche senza neanche preoccuparsi di salvare la “forma”. Si spererebbe che “l’essere se stessi” coincidesse con ideali di onestà e integrità morale. Ma questa è tutta un'altra storia.
Quando Natta scriveva tali considerazioni, il periodo era quello “mitico” e leggendario del 1968. Allora si credeva con fiducia e ottimismo nella possibilità di poter cambiare le carte in tavola, benché la crisi economica e sociale fosse piuttosto vistosa anche in quegli anni. Ora, invece, a fronte di una recessione senza precedenti, rispetto all’intero periodo posteriore al secondo dopoguerra, ci ritroviamo nell’abbandono, nell’inerzia, nell’opacità di una prospettiva sociale in cui, per la prima volta le giovani generazioni non avranno alcuna possibilità di assicurarsi condizioni economiche migliori di quelle appartenute ai propri genitori. In questa situazione, già deprecabile e deprimente in sé, si può rilevare l’indifferenza di gran parte della classe politica nei riguardi dei devastanti problemi della collettività. E questo è ancora più grave, se tale passività si registra proprio in quegli schieramenti che avevano (e hanno) ottenuto consensi politici proprio richiamandosi all’idea dell’impegno e della giustizia sociale.
“La verità è che ciò che si rimprovera oggi, come sempre, è che un partito del movimento operaio quale è il PCI non ha rinunciato a perseguire l’obiettivo e a lottare per un mutamento radicale della società. Si vorrebbero partiti di sinistra che di fatto si accontentano di limitare la loro azione a introdurre qualche correzione marginale all’assetto sociale esistente, senza porre mai in discussione e prospettare una sistemazione profondamente diversa dei rapporti che stanno alla base della struttura economica e sociale attuale. La principale diversità del nostro partito rispetto agli altri partiti italiani, oltre ai requisiti morali e ai titoli politici che noi possediamo e che gli altri stanno sempre più perdendo, sta proprio in ciò: che noi comunisti non rinunciamo a lavorare e a combattere per un cambiamento della classe dirigente e per una radicale trasformazione degli attuali rapporti tra le classi e tra gli uomini, nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non rinunciamo a costruire una “società di liberi e uguali” non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la “produzione delle condizioni della loro vita”. L’obiezione che ci viene fatta è che questo nostro finalismo sarebbe un modo di voler imporre alla storia una destinazione. No, questo è il modo in cui noi stiamo nella storia, è la tensione e la passione con cui noi agiamo in essa, è la speranza indomabile che ci anima in quanto rivoluzionari. Consapevoli che, invece di avere un sviluppo dell’umanità, si possa andare anche vero una nuova barbarie ( come dice il Marx del Manifesto, verso la “comune rovina delle classi in lotta”) noi ci battiamo perché questo esisto catastrofico sia evitato all’umanità, e chiamiamo a combattere per conseguire un fine di felicità, di serenità, di giustizia, di libertà.” (Berlinguer E., Prospettiva di trasformazione e specificità comunista in Italia, 1981)


Da questi spunti berlingueriani, si evidenziano due concetti fondamentali su cui il PCI doveva negli anni ’80 concentrare la propria azione programmatica: la caratterizzazione di una società di liberi e uguali e la lotta per una produzione di migliori condizioni di vita per tutti. Indipendentemente dal “rosso relativo”, cioè dalla condivisione di ideali di sinistra più o meno estremizzati, anche l’uomo della sinistra più moderata non potrà ignorare che, ai nostri giorni e nella città pitagorica, al di là di qualche appello sporadico ad effetto, la tensione morale che dovrebbe essere sottesa ad un’azione politica di autentica trasformazione, non esiste più: è del tutto scomparsa. Apatia o ipocrisia, nient’altro.
Lo sguardo a questo punto si concentra, quasi per caso, su una frase scritta da Paul Claudel, tesa ad illustrare un principio su cui sembrerebbe costruita l’intera architettura di ogni campagna elettorale politica: “Quando l’uomo cerca di immaginare per gli altri il paradiso in terra, il risultato immediato è un molto rispettabile inferno” (Paul Claudel)
Dall’ “Inferno” in cui siamo oggi, al Sommo Poeta Dante, il passo è breve: “Io vidi gente sotto infino al ciglio; e ’l gran Centauro disse: “E son tiranni che dier nel sangue e nel aver di piglio. Quivi si piangon li spietati danni…” (Dante, Inferno, Canto XII, versi 103)
Così anche questa settimana siamo giunti alle conclusioni. Certo dalla nostra analisi emerge un profilo triste, a tratti desolante, povero di contenuti, di prospettive e di cultura. Se per un attimo, infatti, chiudiamo gli occhi e li riapriamo, scopriamo che la nostra Crotone si è trasformata dalla vecchia Stalingrado del Sud, all’attuale Beirut del Sud, per le macerie e le rovine, sparse un po’ ovunque di un lontano benessere industriale. E allora! Allora non mi rimane che ricordare ancora una volta ai nostri amministratori quanto scritto nel “Il principe” di Macchiavelli nel capitolo Quomodo adulatores sint fugiendi (In che modo si abbino a fuggire li adulatori): “Per tanto uno principe prudente debbe tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, e solo a quelli debbe dare libero arbitrio a parlarli la verità, e di quelle cose sole che lui domanda e non d’altro; ma debbe domandarli d’ogni cosa, e le opinioni loro udire; di poi deliberare d sé, a suo modo; e con questi consigli e con ciascuno loro portarsi in modo, che ognuno cognosca che quanto più liberamente si parlerà, tanto più li fia accetto: fuora di quelli, non volere udire alcuno, adare drieto alla cosa deliberata, et essere ostinato nelle deliberazioni sua. Chi fa altrimenti, o e’ precipita per li adulatori, o si muta spesso per la variazione de’ pareri: di che ne nasce la poca estimazione sua.”

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 15 del 13/04/2007

Memorie dal confine 18

“Vedi? Sono banditi comunisti, porci badogliani, puniti dall'alleato germanico per aver tradito la Patria”


Non vedo cavalli di razza ma solo qualche ronzino!


“È tutto un sussurro e un bisbiglio cauto, maligno, da tutti gli angoli, da tutti i cantucci. Mi sembra che si mentisca; una dolcezza zuccherina è appiccicata ad ogni suono”



di Romano Pesavento

Scrivere, scrivere e ancora scrivere. Credo che oggi sia importante, più che in altri tempi, esprimere le proprie idee anche quando queste ultime divergono o contrastano con le realtà precostituite. Criticare i soggetti politici che operano nella città di Crotone non significa, quindi, voler trovare a tutti i costi il marciume, ma evitare che si possa fare confusione tra la persona e l’idea, tra l’agire politico e l’etica , e così via.
L’idea di comunismo o di socialismo è certamente oggi, per le nuove generazioni e non solo, difficile da capire; anzi, per alcuni aspetti è spaventosamente utopica da comprendere, se non si considerano per un attimo alcuni momenti della vita storica del nostro Paese. In merito a ciò, può essere rilevante leggere il brano proposto tratto dal diario di Giambattista Bonelli: “All'uscita del carcere un ufficiale superiore della Milizia di Mussolini ci indicò sprezzantemente alla sua ingioiellata compagna: "Vedi? Sono banditi comunisti, porci badogliani, puniti dall'alleato germanico per aver tradito la Patria". La donnaccia rispose sghignazzando qualche cosa che mi sfuggì perché in quel preciso istante da qualche voce isolata dapprima, subito coperta da un coro di tutti e mille quanti eravamo sorse un solo grido:"Evviva l'Italia!"”. (Giambattista Bonelli, Diario dal 26.2.1944 all’aprile dello stesso anno)
E allora? Allora dobbiamo capire realmente i processi storici, le trasformazioni, i “mutamenti climatici”. A Crotone si vive solo di slogan che nascono e si diffondono quasi sempre dalla capitale Roma. Nessuna autocoscienza critica si produce nei meandri del malessere o del benessere diffuso. A tal proposito, voglio ricordare l’opinione di Alessandro Natta sul concetto di revisionismo storico: “Domanda: Cosa ne pensa del revisionismo storico?


Risposta: Vedi, revisionismo è una parola nobilissima. Vuol dire continuare ad indagare sul passato, perché non c’è mai un momento in cui possiamo dire di sapere tutto sul popolo egizio o sull’Impero romano. Eppoi bisogna sapere sempre cosa abbiamo alle spalle per andare avanti. Ma i revisionisti fanno un altro mestiere, non sono storici. Sono propagandisti di un’ideologia. Galli Della Loggia, che scrive sul Corsera, ha detto che l’otto settembre è morta la patria. Non è vero. Certo, Mussolini, come oggi Berlusconi, diceva di essere lui la patria ed infatti con l’otto settembre è morto il fascismo. Ma la patria è un concetto che va oltre la contingenza storica del fascismo e della guerra. La patria è risorta l’otto settembre, per il valore degli italiani.”(Matteo Jade, Intervista Alessandro Natta, 24 aprile 2001)
Inizialmente, ho ricordato il concetto di idea, non a caso. Non voglio qui dilungarmi in disquisizioni puramente filosofiche, ma ricordo ai più scrupolosi lettori quanto lo stesso Hegel sosteneva in merito: “La possibilità che l’idea non abbia perfettamente elaborato la sua realtà, che l’abbia assoggettata incompletamente al concetto, si basa su ciò ch’essa stessa ha un contenuto limitato e che, pur essendo essenzialmente l’unità del concetto e della realtà è anche essenzialmente la loro differenza, poiché soltanto l’oggetto è l’unità immediata, ossia soltanto in sé. Ma dove un oggetto, per es. lo stato, non fosse affatto conforme alla sua idea, ossia non fosse affatto l’idea dello stato, quando la realtà di questo, che son gl’individui di sé conscii, non corrispondesse per nulla al concetto, allora la sua anima e il suo corpo si sarebbero separati; quella fuggirebbe nelle remote regioni del pensiero, questo si sarebbe spezzato nelle individualità singole. Poiché però il concetto dello stato costituisce così essenzialmente la natura degl’individui, esso è in loro come un istinto di tal potenza, che quelli, quando non fosse che nella forma di finalità esterna, son costretti a tradurlo in realtà oppure a contentarsi così” (Hegel, La scienza della logica, vol. III)
Tali considerazioni sono espressione di un sistema e di una visione “logica”, ispirata a ferrei ragionamento di passaggio in passaggio, da causa ad effetto, fino alla conclusione ultima di imprescindibile contiguità tra Stato e individui.
Osserviamo, quindi, per un attimo i nostri politici. Nessuna linea, strategia coerente, nessun principio contraddistingue il loro operato. Oggi sono nemici, domani ritornano amici. È questione solo di tempo. Pettegolezzi, chiacchiere, dicerie sono accettate solo se pronunciate sottovoce. D’altronde non siamo tanto lontani da quanto ha scritto lo stesso Scheler: “Non vedo nulla, ma odo. È tutto un sussurro e un bisbiglio cauto, maligno, da tutti gli angoli, da tutti i cantucci. Mi sembra che si mentisca; una dolcezza zuccherina è appiccicata ad ogni suono. La debolezza ha da essere spacciata bugiardamente per merito ; non c’è dubbio e proprio come diceva Lei…Coraggio. Avanti! … e l’impotenza che non ribatte in “bontà”; la pavida bassezza in “umiltà”, il sottomettersi a chi si odia in “obbedienza” (verso uno di cui essi dicono che imponga tale sottomissione: lo chiamano Dio). L’inoffensività del debole, la viltà persino di cui è ricco, il suo stare alla porta, il suo inevitabile dovere – attendere, acquista qui buon nome, la “pazienza”, oppure si chiama non volersi – vendicare anzi magari perdono (“perché loro non sanno quel che si fanno – noi solo sappiamo quel che loro fanno!”). Si parla anche – e sudano freddo –dell’amore verso i propri nemici” (Max Scheler, Crisi di valori)
Fatta un po’ di luce circa aspetti di portata, oserei dire “esistenziale, ritorniamo più strettamente al concetto di morale politica, il cui significato, o valore intrinseco, è platealmente ignorato, troppo spesso, nella nostra provincia Per tal motivo, voglio anche questa settimana ricordare quanto dichiarò l’imparziale Giacomo Noventa: “La morale politica è una morale tragica. Quanto più un partito è ricco di forza morale tanto più un’intima immoralità lo minaccia. Il primo dovere di ogni uomo politico è quello di combattere i disonesti, gli antipatrioti e i nemici del popolo, del proprio partito. E il primo modo, il modo più efficace di combatterli, è quello di riconoscere gli onesti, i patrioti, gli amici del popolo che esistono necessariamente in tutti i partiti. È quello di sentire, al di là di ogni distinzione pur legittima, il profondo legame che lo vincola agli onesti di tutti i partiti.” (Giacomo Noventa, Discorso sulla resistenza e sulla moralità politica, 1947)
Ma allora ha ancora significato parlare di comunismo, socialismo? Io penso di sì. Specie se a tali parole attribuiamo oggi realmente i significati profondi che ne costituiscono la base, le fondamenta. Certo sono anche convinto che agli occhi di molti si può apparire come patetici nostalgici, ma basta rivisitare ,anche per poco,in maniera seria i contenuti profondi dell’idea” per andare avanti. Consideriamo per esempio a quanto scritto da Roemer in tema di socialismo: “Credo che i socialisti vogliano pari opportunità per: 1) autorealizzazione e benessere; 2) influenza politica, 3) status sociale. Con E. Roemer, l’autorealizzazione si intende lo sviluppo e l’applicazione del talento di un individuo in modo da cogliere significato alla vita… Per esempio, quello che vogliono veramente i socialisti non è una semplice pari opportunità di autorealizzazione, ma una tale parità d’ alto livello. Per cui il punto 1) andrebbe riformulato come segue: i socialisti vogliono un’organizzazione della società che parifichi l’opportunità di autorealizzazione a un livello non inferiore quello che qualsiasi altra organizzazione della società può garantire a ognuno. In altre parole, il punto 1) afferma che, rispetto a tutte le possibili organizzazioni della società, dovremo massimizzare il livello di opportunità di autorealizzazione che può essere raggiunto come pari livello per tutti.” (J. Roemer, Un futuro per il socialismo, 1996)
Ovviamente, ho l’impressione che i corsi e i ricorsi di vichiana memoria stiano oggi giocando un ruolo importante. D’altronde, era Tocqueville che in un suo discorso politico così illustrava il principale pericolo del suo tempo: “Quel che è pericoloso, signori, non è il grande numero dei posti: è che ciascuno, quali che ne siano le capacità e la cultura, creda di poter accedere alle cariche pubbliche, tutti si immaginano una volta entrato nelle cariche pubbliche, tutti si immaginano che il favore, il caso, che so? I mille accidenti che una immaginazione ambiziosa può intravedere, possano bastare a far passare di grado senza talento, e a salire la scala amministrativa dal fondo alla cima. Ecco quel che è pericoloso.” (Tocqueville, La degenerazione dei partiti e la corsa agli impieghi pubblici)
In conclusione, data la situazione siamo, oggi, più che mai convinti che occorra rafforzare l’idea di coerenza e di onesta intellettuale in primo luogo da sinistra. Anche se non siamo più ai tempi della rivoluzione degli ideali, necessita, comunque, esprimere in maniera pacifica e forte il proprio pensiero. Indubbiamente è un sogno sperare che l’onestà, la trasparenza, la legalità possano realmente trionfare nella città pitagorica, ma siamo anche dell’idea che l’insegnamento di Vittorio Foà, qui di seguito riportato, possa illuminare una strada fittamente buia per molti .



“Tu sogni delle cose stai attento, le puoi fare! Basta che tu le voglia, ti metti d’accordo con gli altri e le fai, non era questo il senso della rivoluzione? E poi, a un certo punto, via via la rivoluzione scompare, ma nella nostalgia della rivoluzione non c’era questo? L’idea di fattibilità di un sogno. Non è questo che in fondo può aver frenato, cambiato, banalizzato tante cose?” (Vittorio Foa, tratto dal libro “Un dialogo” di Carlo Ginzburg)
Occorre iniziare a sensibilizzare le coscienze. L’arte dello scrivere e del comunicare aiutano molto spesso a far maturare in chi legge l’autocritica, il perché degli eventi. Per ciò avanti tutta: non dimentichiamo mai le radici da cui siamo nati. Affiniamo il senso critico e lavoriamo sui messaggi, le parole e, specialmente, sull’agire. Attraverso la solidarietà, l’onesta, la legalità, la trasparenza amministrativa si costruisce il consenso elettorale. Combattiamo i ricatti, l’improvvisazione, il “pressappochismo” e le presunte certezze. Solo così si può costruire un avvenire.
“Non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee, e credervi e farne centro e scopo di se stesso. L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di se stessi, assenza di idealità.” (Piero Gobetti, La nostra fede, Energie nove, serie II, n. 1, 05/05/1919)
Il pensiero di Piero Gobetti ci suggerisce il percorso più onesto e proficuo,nonché il modo per selezionare, giorno dopo giorno, frasi e avvenimenti comuni e straordinari.
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 14 del 06/04/2007

Memorie dal confine 17

“La nostra è un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in odio ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine”

Le rane chiedono un re


“Oggi la moneta cattiva scaccia la buona. Le “menzogne utili” corrodono le verità “inutili”, quelle che non servono a orientarsi decisamente nelle circostanze presenti, a dominarle e, più ancora, a adattarvisi”


di Romano Pesavento

Si avvicinano le feste pasquali: molte colombe bianche, farcite di crema, cioccolata o canditi, tornano a volare sulle tavole gioiose dei crotonesi -sempre per chi può far ancora onore come si conviene a tale ricorrenza- e su quelle, ancora più fastosamente imbandite, dei nostri onorevoli, che, invece di sicuro, adempieranno con zelante scrupolo al dovere di “rispettare” le tradizioni della festa “adeguatamente”, anche –e soprattutto!- per conto e in rappresentanza di chi non può. In questo periodo, però, intercorrono altre “scadenze” e “riti” di una sacrosanta rilevanza, dal momento che proprio la fine di marzo ci consegnerà un importante avvenimento: il congresso provinciale del PDS. Non si poteva scegliere periodo migliore, considerato il proverbio che etichetta questo mese: Marzo pazzerello, esci con il sole ma porta l’ombrello. Già, bastasse un buon ombrello in una simile epoca di transizioni meteorologiche e non! In realtà,a parte lazzi e frizzi, la sfida politica che si gioca sarà molto importante, sia per il presente che per il futuro della nostra città. Certamente, chi mi segue su questa rubrica da più tempo, avrà avuto modo di rilevare le critiche e le opinioni espresse, anche in relazione a questo argomento, nei miei articoli. Semplicemente, su, tale, ultima questione faccio mia la considerazione di Maurice Dobb, che così argomentava sulle ragioni di una svolta socialista: “A volte è utile prima di prendere in esame i principali argomenti a favore di qualche cosa, cominciare con il domandarsi quali siano le ragioni che vengono addotte a sostegno dell’opposto, e perché tali ragioni debbano essere respinte. Chiaramente sarebbe assurdo pretendere che demolendo le ragioni di un avversario si affermino automaticamente le proprie. Tuttavia se due sistemi, o due ideologie alternative sono considerati giustamente come opposti, i motivi che portano a rifiutarne uno sono legati molto strettamente con i motivi che portano ad accettare l’altro. Ciò che è più importante, tuttavia, non sono i risultati economici in se stessi, ma gli obiettivi sociali che essi esprimono. In altre parole, il problema della direzione che si sceglie, come si è tentato di dimostrare, è molto più politico che economico: esso infatti coinvolge il grado di democrazia che si intende raggiungere e il grado di partecipazione da un lato dei singoli lavoratori e dall’altro dei consumatori, nella decisione del modo in cui il sistema di produzione deve operare e dei fini a cui esso deve tendere.” (Dobb Maurice, Le ragioni del socialismo, 1973)
Marx, in merito ad alcuni meccanismi che presiedono alla vita associativa e, quindi, politica riferisce già nelle prime pagine dell’L’ideologia tedesca: “I presupposti da cui muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali si può astrarre solo nell’immaginazione…I nostri presupposti sono gli uomini (…) nel processo di sviluppo, reale ed empiricamente constatabile, sotto condizioni determinate.” (K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, p.17 e 23)
Il dato è, quindi, tratto! Occorre, pertanto, che ognuno di noi, responsabilmente, possa realmente accendere la “propria lampadina” e cominciare a ragionare, sia nel bene che nel male, sulle cose che accadono, sui problemi che esistono e sulle persone che ci guidano. Bisogna concretamente convincersi ad interiorizzare, in maniera definitiva, una verità tanto scontata quanto ignorata : sono gli uomini gli autentici artefici delle situazioni in ogni contesto, per cui è criminale andare a ripetere stolidamente lo squallido e piuttosto “italiota” proverbio: L’occasione fa l’uomo ladro. In senso generale, concordo con l’idea espressa da Scoccimarro, quando sostiene che: “Il marxismo ci insegna che per arrivare alla conoscenza concreta bisogna esaminare quella situazione o quei problemi in tutti i loro aspetti: particolari e generali, locali e nazionali, si devono inoltre considerare in relazione con l’ambiente e quindi con la situazione nazionale; si devono infine concepire nell’unità di tutti i loro elementi, nel loro movimento e sviluppo; cioè in relazione all’indirizzo della politica generale (…) La sostanza del controllo è l’esame critico.

E la critica non è cosa facile: esige conoscenza dei problemi, dottrina ed esperienza, intuizione politica e giusta valutazione della realtà, equilibrio di giudizio ed alto spirito di partito.” (Scoccimarro Mauro, Ideologia e politica, 1960)
Critichiamo,quindi, ma stiamo molto attenti a ciò che critichiamo; operiamo, ma consideriamo l’importanza e le ripercussioni che il nostro fare produce. Questa è il principio che dovrebbe sostanziare tutte le possibili riflessioni. In generale, l’esperienza ci insegna che una giusta politica deve rispondere a due condizioni fondamentali: coerenza con i principi e aderenza alla realtà. Quando si ignora la prima condizione, si cade nell’opportunismo, nella politica senza principi; quando si ignora la seconda condizione, si cade nell’estremismo dottrinario, nella passività politica. Però, non bisogna dimenticare che i nostri principi non sono dogmi; che il legame fra la politica e i principi non è meccanico e immediato; che una giusta valutazione della realtà non dipende soltanto dal metodo, ma anche dal modo come viene impiegato.
Sono anche convinto che, oggi, soprattutto a Crotone, ci troviamo in una situazione simile a quella descritta da Nicola Chiaromonte, intellettuale socialdemocratico, quando avanzava alcune critiche relative alla propria epoca e così scriveva: “La nostra non è un’epoca di fede, né d’incredulità. È un’epoca di malafede, cioè di credenze mantenute a forza, in odio ad altre e, soprattutto, in mancanza di altre genuine. È l’epoca di quelle che un personaggio di Roger Martin du Gard chiama le “menzogne utili”: di finzioni, cioè, perfettamente consapevoli in chi le fabbrica e in chi le accetta, ma che presto prendono il posto della verità semplicemente perché sono utili, facilmente utilizzabili e universalmente usate; sicchè finiscono col costituire, un linguaggio nel quale anche l’uomo veridico si trova fatalmente irretito. La moneta cattiva scaccia la buona. Le “menzogne utili” corrodono le verità “inutili”, quelle che non servono a orientarsi decisamente nelle circostanze presenti, a dominarle e, più ancora, a adattarvisi.

Giacchè c’è un dovere al quale noi non possiamo mancare senza degradarci, ed è di denunziare le finzioni, di non riconoscere alle “menzogne utili” il titolo di verità. Per questo, non è necessario possedere, o credere di possedere, la verità. Anzi. Basta il dubbio, o piuttosto: la facoltà d’interrogare. Il fatto assai grave dell’assenza, oggi, di una credenza comune che sia, al tempo stesso, genuina e efficace, non ci esime dal dovere di resistere alle fedi prefabbricate e ai loro spacciatori. Perché, se la verità splende di rado, la menzogna si denunzia da sé. Basta scrutarla attentamente.” (Chiaromonte Nicola, Il tempo della malafede)
“Verità inutili” e “Menzogne utili” rappresentano, in termini concreti, per definizione, un ossimoro mostruoso,paradossale e contro natura.
La Verità,in generale in ogni aspetto della vita umana e ancor di più in politica, perché campo d’azione degli amministratori della “cosa pubblica”, non deve mai essere accompagnata all’aggettivo “inutile”, così come la Menzogna non può mai generare alcunché di proficuo.
A meno che, non si valutino, volta per volta, gli ipotetici fruitori di questi, eventuali, vantaggi.
La collettività, di certo, non ricaverà alcun tipo di guadagno dall’affermazione di una politica “cerchiobottista”, trasformista nel senso più deleterio del termine, e implacabilmente disonesta,estranea a qualsiasi , più elementare, principio etico.
Infine, voglio proporre al lettore un quesito su cui il mio cervello si arrovella, da più tempo, in questi giorni: Come mai si corre così in fretta verso il partito democratico, quando il risultato politico ottenuto e riscontrato dalla sinistra non è stato, poi, così deludente? I messaggi che il popolo vuole sentire dalla politica sono altri: non un diverso nome, non un nuovo slogan elettorale, ma qualcosa di più concreto, qualcosa che troviamo esemplificato in maniera semplice e trasparente anche nel rapporto di Luigi Longo al congresso del PCI del 1956 e che data l’attualità riportiamo nella sua interezza: “Che cosa ha frenato questo adeguamento degli organismi dirigenti allo sviluppo del partito? A mio avviso tre ordini di ostacoli, di ordine organizzativo e anche psicologico, hanno ostacolato questo sviluppo.

Primo: la funzione strumentale di collegamento e di direzione delle principali attività del partito, spesso assegnate agli organismi dirigenti. Da questa concezione è seguita una composizione quasi obbligata degli organismi dirigenti, nella quale prevalgono i compagni responsabili nei vari campi di attività: compagni segretari di camere del lavoro o dei principali sindacati, delle cooperative, del movimento provinciale giovanile, compagni sindaci…Naturalmente, negli organismi dirigenti vi devono essere compagni che portano la conoscenza, l’esperienza, la sensibilità ai problemi di questi vari settori in cui si svolge l’attività nazionale, e nei quali orientare la parte principale della nostra azione. Ma non c’è bisogno che sia proprio il compagno che in ciascuno di questi campi ha la maggiore responsabilità quello che deve venire a far parte dell’organismo dirigente locale o federale del partito. Già nel suo campo per il fatto stesso della carica che ricopre, questo compagno deve occupare, spesso, altre cariche connesse alla stessa organizzazione in cui milita…Spesso si pretende di includere anche questi compagni negli organismi dirigenti di partito, per il fatto, si dice, che non vi può non essere nel comitato direttivo della federazione o nella stessa segreteria, o il compagno segretario della camera del lavoro, o il sindaco, o il compagno dirigente del principale sindacato locale.
In questo modo le cariche occupate da una stessa persona si moltiplicano all’infinito. Credo che se qualche compagno facesse il calcolo delle riunioni a cui dovrebbe partecipare in conseguenza delle cariche occupate, finirebbe col rendersi conto che non gli basterebbero tutte le giornate della sua settimana. E il lavoro nel suo ufficio quando lo fa? Perché il lavoro del dirigente non può esaurirsi solo nella partecipazione alle riunioni. E lo studio delle questioni? E il contatto con i compagni, con la base, con la massa verso cui è rivolta la sua attività? C’è, infine, una terza difficoltà, direi di ordine psicologico, a cambiare, a rinnovare, a ringiovanire nella composizione i nostri organi dirigenti. S’è creata l’impressione che un compagno che occupa un posto di responsabile non può lasciarlo, senza umiliazione, se non per un posto superiore. Ogni altra destinazione farebbe pensare a lui e agli stessi compagni ad un immeritata diminuzione di prestigio, ad una retrocessione, cioè ad una punizione. Si è creata la mentalità che anche per i nostri dirigenti vale la regola militare che il maggiore non può diventare capitano se non per retrocessione, cioè per gravi motivi disciplinari. Bisogna bandire questa mentalità.” (Luigi Longo, Rapporto all’VIII congresso del PCI sullo statuto del partito, 1956)
La lucidità chirurgica, a tratti venata da un’ironia piuttosto maliziosa, di Longo impone nuove – o vecchie? - riflessioni: se l’incarico politico viene gestito come un feudo personale, o come un titolo nobiliare, intoccabile, quasi trasmissibile per via ereditaria e non come espressione di una suprema volontà e designazione popolare, la prevedibile disaffezione per tutto ciò che ruota intorno all’ “arte del governo”diventerà sempre più diffusa e capillarmente generalizzata. Oltre cinquemila tessere elettorali polemicamente riconsegnate ai “mittenti”parlano,in tal senso, da sé.





Pubblicato La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 13 del 30/03/2007

Memorie dal confine 16

“Ciarlatani della politica ne abbiamo molti, troppi. Per noi giovani, sarebbe delittuoso l’andare ad aumentare questa turba amorfa”


Evviva il partito democratico!


“I giovani devono avere la forza morale di organizzarsi in una nuova classe dirigente in modo da sbalzare di seggio tutti i vecchi padreterni sostituendoli con elementi migliori”


di Romano Pesavento

È arrivata la notte e con essa anche un’altro giorno è passato. Le luci della città di Udine si accendono piano piano; lungo le strade la gente cammina con passo spedito. I ritmi di vita sono certo diversi dalla mia Crotone. Qui si respira un’aria vivace, europea. Sono molti gli extracomunitari, i soggiornanti dell’est che hanno trovato ospitalità e lavoro nelle aziende del luogo.
Il luogo di confine è una panacea per sistemare in modo logico e riflessivo le idee, i pensieri. Qualcuno, probabilmente, direbbe: aiuta a mettere insieme i tasselli di un grande mosaico. Certamente, non sbaglierebbe. Nonostante la sensazione di calma apparente, il tempo scorre via in fretta. Durante le ore libere, mi reco spesso presso la biblioteca centrale, dove mi diletto a consultare e leggere qualche testo ricco di “storia”,valori ed insegnamenti. D’altronde, la rubrica “Memorie dal confine”, che da qualche mese porto avanti su questo giornale, è anche il frutto di una rivisitazione delle nostre vicende politiche mediante “la luce” di queste appassionate letture.
Sento, frequentemente, cittadini e amici che, giorno dopo giorno, mi esprimono tutto il loro malcontento e la propria delusione circa il degrado e l’abbandono in cui versa Crotone . A tale stato di cose, già sconfortante di per sé, si aggiunge un ulteriormente nefasto contraltàre: le tante “illusioni” spacciate quotidianamente dai nostri abili “venditori di fumo”. Purtroppo, come più volte ho scritto, penso, da uomo di sinistra moderata, che la sinistra, a Crotone, stia perdendo un treno molto importante targato Sviluppo.
Non si può e non si deve amministrare la cosa pubblica peggio di quanto abbiamo sperimentato ,a nostro danno,in passato. Occorre che i nostri amministratori si diano una “regolata”. Non siamo tutti uguali nella cabina elettorale. Segnali preoccupanti cominciano già adesso a manifestarsi :
l’emigrazione sempre più consistente delle fasce giovani, ma anche adulte; il nascere tra il popolo, sia della sinistra moderata che radicale, di sacche di scontenti. In poche parole, crescita dell’astensionismo. Non per nulla, la manifestazione del 7 marzo,pur non politicizzata perché non “sponsorizzata” da alcun partito politico,in cui tanti cittadini hanno “abdicato”dal loro ruolo di elettori consegnando la propria tessera elettorale, dovrebbe pur significare qualcosa.
Se tante persone approdano ad una simile disperata “soluzione”, il fondo è già stato toccato e qui si profilano solo due prospettive : riemergere o scavare. Furiosamente in entrambi i casi.
I giovani devono avere la forza morale di organizzarsi, di partecipare alla vita politica, di aggregarsi e promuovere, magari, una nuova classe dirigente attenta ai bisogni collettivi e non esclusivamente al proprio tornaconto, in modo da favorire autenticamente un reale rinnovamento socio- politico in città, il cui fine ultimo sia quello di promuovere lo sradicamento di certi costumi e atteggiamenti sedimentati in maniera deteriore, ma profondamente deleteri per la crescita democratica di un Paese civile .
Paradossalmente, a Crotone, ci troviamo in una situazione giovanile simile a quella descritta da Ruggero Grieco nel suo rapporto al comitato centrale del PCI: “La nostra gioventù attraversa una grave crisi. Centinaia di migliaia di giovani si affacciano ogni anno alla vita cosciente e cercano una carriera. Essi trovano sbarrate le vie. Solo una piccola parte di giovani avanza stentatamente. Nessuna statistica denuncia, nella sua ampiezza questo aspetto tragico della nostra vita sociale. Centinaia di migliaia di giovani operai, di tecnici di professionisti sono senza avvenire… È stato risposto ai giovani che chiedono di vivere che occorre muover guerra al confort. Ma si tratta di ben altro! Si tratta del pane, della carriera dei giovani, dei giovani senza confort e senza avvenire.” (Ruggero Grieco, Largo ai giovani sta in Scritti scelti, 1966)




Cosa fare? Occorre, al più presto, una nuova classe dirigente fatta da giovani leve preparate e piene di grinta, ma, soprattutto, indipendenti economicamente. Efficaci suonano le parole dello storico Gaetano Salvemini, citate da Piero Gobetti in un suo articolo: “O la nostra attuale gioventù ha la forza morale di lavorare tenacemente una decina d’anni a crearsi una nuova cultura politica e ad organizzarsi in una nuova classe dirigente del paese in modo da poter sbalzare di seggio tutti i vecchi padreterni sostituendoli con elementi migliori; oppure anche con elementi migliori; oppure anche questo rinnovamento morale prodotto dalla guerra si ridurrà ad un nuovo fiasco.” (Pietro Gobetti, Il problema dei problemi, .”Energie nove”, serie I, n. 6, 15-31 gennaio 1919, p.81)





D’altronde, in un passo successivo è lo stesso Gobetti a rafforzare il pensiero di Salvemini e a fornire alcuni giudizi e riflessioni che sembrano dipingere realisticamente la realtà crotonese.
“Ciarlatani della politica ne abbiamo molti, troppi. Per noi giovani, sarebbe delittuoso l’andare ad aumentare questa turba amorfa. Non abbiamo fiducia che in noi….Gli uomini migliori – Salvemini, Bissolati…- hanno fatto parte per se stessi, non sono un partito, ma hanno le coscienze. Ci resta solo lavorare seriamente da noi senza preoccupazioni esteriori. Solo rafforzandoli intimamente creeremo la nuova forza politica, che sarà la condizione della vita nostra. Le nostre conclusioni provvisorie, i nostri dubbi li verremo esponendo qui, senza falsi ritegni e vili timori, al lume di una franca discussione. Perché noi non ci possiamo accontentare di parole. Le lasciamo ai professori di certi contraddittori…Non saremo numerosi, ma fratelli con fratelli. E stretti in un blocco di sincerità saremo una forza.” (Piero Gobetti, Il problema dei problemi,1919)
Fatto questo preambolo, passiamo adesso a qualche breve considerazione sul partito democratico a Crotone. Già adesso, molte vecchie casacche diessine nella città di Crotone cominciano a cambiare molto celermente colore. Si rinnega facilmente, e velocemente (!),ciò che un tempo si idolatrava e si citava nei propri discorsi politici: Gramsci, Togliatti, Berlinguer non esistono, improvvisamente, più. Dove è finita l’idea dell’unità delle sinistre? Forse non esiste più? Eppure leggendo un vecchio discorso di Giorgio Amendola, datato fine anni settanta, emergeva una gran voglia di sinistra: “Noi dobbiamo essere unitari, sentiamo il peso per tutti noi della debolezza socialista, come debolezza di tutta la sinistra.


Questa unità delle sinistre in Italia è sbilenca, c’è troppa forza da una parte e troppa poca dall’altra. Certo non si può chiedere a noi di rinunciare alla nostra forza, ma è possibile auspicare una crescita della forza socialista, naturalmente una crescita che avvenga nel quadro di una lotta unitaria. E questo è il nostro cammino nel nostro partito.” (Giorgio Amendola, Conclusioni al XVI congresso della federazione milanese del PCI (1977))
Certamente, sono anch’io dell’idea che la storia “non si ferma davanti a un portone” e che con le sue trasformazioni, evoluzioni ci fornisce, giorno dopo giorno, preziosi insegnamenti e suggerimenti. Per quanto riguarda la politica locale, faccio mio il pensiero di Gobetti, anche se al tempo stesso sono convinto che “applicarlo”nella mia città sia un’impresa veramente ardua: “È un lavoro a lunga scadenza che mira a creare degli uomini migliori, più sinceri, più forti. Per raggiungere questa umanità migliore dobbiamo svalutare e distruggere le abitudini, gli schemi, le indifferenze. Per certo un lavoro che chiede muscoli e nervi a posto.
Ma mentre distruggiamo un mondo di pregiudizi e di deficienze costruiamo con ardore e pazienza il mondo della concretezza. –Sostituiamo agli ultimi resti della verità rivelata la verità che si conquista giorno per giorno col lavoro di ciascuno. Alle astrazioni generiche l’esame accurato, senza preconcetti del piccolo e del grande problema che sorge. Soltanto con questo trovare le soluzioni e sistemarle si fa della politica.” (Piero Gobetti, La nostra fede, Energie nove, serie II, n. 1, 05/05/19, p. 1-8)


Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 12 del 23/03/2007;