martedì 10 marzo 2009

Memorie dal confine 15


“Tu sogni delle cose stai attento, le puoi fare!”


Pubblicista o giornalista solo per caso!


"C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti poi la gente capisce tutto. C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi”


di Romano Pesavento

“C’è chi nasconde i fatti perché non li conosce, è ignorante, impreparato, sciatto e non ha voglia di studiare, di informarsi, di aggiornarsi. C’ è chi nasconde i fatti perché trovare le notizie costa fatica e si rischia persino di sudare. C’è chi nasconde i fatti perché non vuole rogne e tira a campare galleggiando, barcamenandosi, slalomando. C’ è chi nasconde i fatti perché ha paura delle querele, delle cause civili, delle richieste di risarcimento miliardarie, che mettono a rischio lo stipendio o attirano i fulmini dell’editore stufo di pagare gli avvocati per qualche rompicoglioni in redazione. C’è chi nasconde i fatti perché si sente embedded, fa il tifo per un partito o una coalizione, non vuole disturbare il manovratore. C’è chi nasconde i fatti perché se no lo attaccano e lui vuole vivere in pace…C’è chi nasconde i fatti perchè confonde l’equidistanza con l’equivicinanza.C’è chi nasconde i fatti perché contraddicono la linea del giornale. C’è chi nasconde i fatti perchè l’editore preferisce così...C’è chi nasconde i fatti perché quelli che li raccontano se la passano male. C’è chi nasconde i fatti perché certe cose non si possono dire…C’è chi nasconde i fatti anche a se stesso, perché a paura di dover cambiare opinione…C’è chi nasconde i fatti perché il coraggio uno non se lo può dare…C’è chi nasconde i fatti perché nessuno glièl’ha ancora chiesto, ma magari, prima o poi, qualcuno glielo chiede. C’è chi nasconde i fatti perché così poi qualcuno lo ringrazia… C’è chi nasconde i fatti perché così, poi, magari, ci scappa una consulenza col governo o con la RAI o con la Regione o con il Comune o con la Provincia o con la Camera di Commercio o col sindacato o con la banca dietro l’angolo. C’è chi nasconde i fatti perché deve tutto a quella persona e non vuole deluderla. C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti è più difficile voltare gabbana quando gira il vento. C’è chi nasconde i fatti perché altrimenti poi la gente capisce tutto. C’è chi nasconde i fatti perché è nato servo e, come diceva Victor Hugo, “c’è gente che pagherebbe per vendersi””. (Marco Travaglio, La scomparsa dei fatti)
Attualmente, quasi nessuno scrive o si pronuncia sulla moralità ed etica della nostra politica. Raramente, infatti, si trovano sulla stampa regionale e locale note o comunicati che elogiano l’agire politico e la trasparenza amministrativa dei nostri politici. Viene naturale chiederci ancora una volta: come mai? Dico “ancora una volta” per evitare i rimproveri di chi, attento, lettore segue da mesi questa rubrica.
Tuttavia, tornando all’argomento di oggi, il fenomeno, in realtà, è di semplice interpretazione. Inoltre, data l’importanza capitale dello stesso, vale la pena spendere qualche parola.
Molti sanno che gran parte degli elogi politici tesi ad illustrare gli “impareggiabili” risultati dei propri “beniamini” provengono proprio dal portavoce o dall’ufficio stampa del demagogo in questione magnificato. In genere, questi “team” dovrebbero essere composti , sulla carta, tutti da esperti navigatori del mondo della conoscenza e dell’informazione; ma, nella realtà pratica, in larga misura, spesso, gli addetti risultano professionalmente improvvisati: mediocri pittori senza pennelli. Come commentare? Naturalmente, tutto fa brodo; in barba, quindi, ai requisiti, ai titoli, all’esperienza. A questo punto viene spontaneo porre all’attento lettore alcune domande: Che ha fatto il nuovo e, sin qui, sconosciuto responsabile o collaboratore dell’ufficio stampa? È uscito dalla scuola di giornalismo? E’ esperto di economia e di finanza? È uscito dalla Bocconi? Ha studiato alla Normale? Si è specializzato, con master e relativi corsi, in qualche settore attinente al ruolo che riveste? Niente di tutto ciò. Ha lavorato, forse, nell'ufficio stampa di qualche segreteria di partito, dove ha fatto il portaborse di un leader politico. Beh, una bella risata non sarebbe fuori luogo, considerando la grande mole di note e di comunicati stampa ogni giorno presenti sui giornali. Certo gran bella esperienza!
Che libri ha scritto? Nessuno, salvo qualche rarissimo opuscolo ad uso e consumo dei “padroni del vapore”. Che ne sa della buona informazione? Niente, ma sa bene come ci si muove fra i potenti.
Naturalmente, data la situazione siamo, oggi, più che mai convinti che occorra rafforzare l’idea di coerenza e di onesta intellettuale da sinistra. Anche se non siamo più ai tempi della rivoluzione degli ideali, necessita, comunque, esprimere in maniera pacifica e forte il proprio pensiero. Indubbiamente è un sogno sperare che l’onestà, la trasparenza, la legalità possano realmente trionfare nella città pitagorica, ma siamo anche dell’idea che l’insegnamento di Vittorio Foà, qui di seguito riportato, possa illuminare a molti la strada buia.
“Tu sogni delle cose stai attento, le puoi fare! Basta che tu le voglia, ti metti d’accordo con gli altri e le fai, non era questo il senso della rivoluzione? E poi, a un certo punto, via via la rivoluzione scompare, ma nella nostalgia della rivoluzione non c’era questo? L’idea di fattibilità di un sogno. Non è questo che in fondo può aver frenato, cambiato, banalizzato tante cose?” (Vittorio Foa, tratto dal libro “Un dialogo” di Carlo Ginzburg)


Occorre iniziare a sensibilizzare le coscienze. L’arte dello scrivere e del comunicare aiutano molto spesso a far maturare in chi legge l’autocritica, il perché degli eventi. Per ciò avanti tutta: non dimentichiamo mai le radici da cui siamo nati. Affiniamo il senso critico e lavoriamo sui messaggi, le parole e, specialmente, sull’agire. Attraverso la solidarietà, l’onesta, la legalità, la trasparenza amministrativa si costruisce il consenso elettorale. Combattiamo i ricatti, l’improvvisazione, il “pressappochismo” e le presunte certezze. Solo così si può costruire un avvenire.
“Non può essere morale chi è indifferente. L’onestà consiste nell’avere idee, e credervi e farne centro e scopo di se stesso. L’apatia è negazione di umanità, abbassamento di se stessi, assenza di idealità.” (Piero Gobetti, La nostra fede, Energie nove, serie II, n. 1, 05/05/1919)
Il pensiero di Piero Gobetti ci suggerisce la strada, il modo per selezionare, giorno dopo giorno, frasi e avvenimenti comuni.

lunedì 9 marzo 2009

Memorie dal confine 14

“Il fine legittimo del Governo è di fare per la comunità tutto quello di cui ha bisogno ma che non è in grado di fare”

Compagno tu lavori, io mangio!


“La disaffezione al lavoro nasce dallo spettacolo di chi non lavora e guadagna ugualmente, anzi guadagna ancora di più di chi lavora”


di Romano Pesavento

“Il fine legittimo del Governo è di fare per la comunità tutto quello di cui ha bisogno ma che non è in grado di fare” (Abramo Lincoln)
La frase di Lincoln ci consegna il principio universale che è alla base dell’agire politico di ogni buona amministrazione pubblica di qualunque tipologia sia essa: locale, provinciale, regionale, nazionale. Chiaramente, il compito assegnato ai nostri amministratori pubblici è illustre, onorevole, oneroso ma purtroppo non sempre, come più volte abbiamo dimostrato nei nostri articoli, viene portato a termine in modo encomiabile o, più prosaicamente, dignitoso. Già, perché con avidità lussuriosa ci si avventa sul primo incarico libero a disposizione, pregustandone vantaggi ed effetti economici immediati, con estrema, rapace, avventatezza; ma alla responsabilità del proprio ruolo o alla credibilità da consolidare di fronte ad un elettorato sempre più sfiduciato, pochi, sembrano realmente interessarsi. Come già ribadito altrove onore ed onere dovrebbero procedere parallelamente. Anche a Crotone. Tuttavia, in tale sede, non mi soffermerò dettagliatamente sulla condotta politica cittadina, ma cercherò di ragionare sulla realtà sociale crotonese, perché è da una simile analisi che una prima indagine conoscitiva di un’intera e complessa fenomenologia può partire.
Naturalmente, nel proporre tali riflessioni è buona norma porsi di fronte “all’oggetto” della discussione in maniera, il più possibile, strutturale e chiara; e per aderire pienamente a un simile proposito, ricondursi ad alcune considerazioni di Carlo Rosselli, in quanto assai utili al fine di fornire qualche input efficace per l’approccio metodologico al problema, è doveroso: “Sarò chiaro, semplice, sincero e, poi che i libri mi mancano, procedendo per chiaroscuri senza i famosi “abiti professionali ” e i non meno famosi “sussidi di note ”.
Intanto, chi sono. Sono un socialista.
Un socialista che, malgrado sia stato dichiarato morto da un pezzo, sente ancora il sangue circolare nelle arterie e affluire al cervello. Un socialista che non si liquida né con la critica dei vecchi programmi, né col ricordo della sconfitta, né col richiamo alle responsabilità del passato, né con le polemiche sulla guerra combattuta. Un socialista giovane, di una marca nuova e pericolosa, che ha studiato, sofferto, meditato e qualcosa capito della storia italiana lontana e vicina.” (Carlo Rosselli, I miei conti con il marxismo)
Iniziamo, quindi, a fare qualche semplice ragionamento sul contesto sociale. Per far ciò, teniamo bene a mente la frase di Palmiro Togliatti riportata nel documento di Giorgio Amendola che così recitava: “Diceva Togliatti:“senza una conoscenza precisa non ci può essere linea politica globale” è giusto occorre una conoscenza lucida e spietata della realtà per denunciare e combattere tutti i fenomeni del corporativismo e di parassitismo che sono presenti anche in alcuni strati della popolazione lavoratrice.” (Cit. Amendola, Discorso su “Classe operaia e resistenza”, 1972)
Crotone è una realtà sulla carta molto povera (alto tasso di disoccupazione, basso tasso di occupazione, elevato utilizzo del lavoro nero, crescita dell’indice di vecchiaia specie nelle zone periferiche, etc.), ma anche apparentemente ricca. Basta, infatti, fare una passeggiata lungo il corso principale della città, per le sue stradi più affollate e i luoghi di concentrazione di massa, per accorgersi dell’esistenza tra le fasce giovanili e quelle adulte di beni ad alto valore aggiunto. A questo punto, potremo esclamare da perfetti stranieri: il lavoro c’è ma non si vede! Viene addirittura da supporre che la gente che non lavori perché non ha nessuna voglia di farlo: tanto guadagna lo stesso, aspettandolo.
Tutto ciò significa concretamente che molte persone hanno smesso di cercare lavoro in modo attivo. E ciò può dipendere da due ragioni: o il lavoro c’è già, ma è irregolare, o quelli che non sono impiegati, ormai, evidenziano segni di scoraggiamento e la ricerca non è continua, ma saltuaria. Il lavoro più che cercarlo, lo si aspetta.
Il pensiero espresso molti anni fa da Giorgio Amendola illustra e rende ancor più fruibile il nostro concetto: “Il grosso pericolo che c’è oggi, e questo vale non solo per la piccola e media impresa, ma vale per tutti i lavoratori, è che di fronte all’esempio di malcostume generale che impera, il cittadino che sarebbe pronto a sacrificarsi quando vede che gli altri si arricchiscono senza lavorare, dice: ma perché io devo essere il solo a fare il fesso, a fare quello che gli altri non fanno, a lavorare?
Si parla tanto di disaffezione al lavoro. Ma la disaffezione al lavoro nasce dallo spettacolo di chi non lavora e guadagna ugualmente, anzi guadagna ancora di più di chi lavora. E così cresce la spinta individualistica: cercare il modo di non essere fatti fessi, di arrangiarsi, evitando di impegnarsi in quella che è la dura fatica, che è sempre dura e pesante.”
(Giorgio Amendola, Conclusioni al convegno nazionale del PCI)

Appare a questo punto opportuno fare qualche riflessione. Visti gli stipendi dei nostri amministratori, consulenti pubblici e dirigenti sembra spontaneo pensare che forse qualche ragione ce l’ha anche chi non fa niente ed è in attesa di essere pagato.
Occorre mettere un po’ d’ordine. E per farlo necessità cominciare con il rilanciare importanti principi etici. Federico Caffè diceva: “La prospettiva di vita intellettuale valida che mi rimane è troppo limitata perché sia disposto a considerare vacui ideali, a mio avviso irrinunciabili, l'egualitarismo, l'assistenzialismo, lo Stato del benessere».
Il centro – sinistra ha l’obbligo morale di agire in tale direzione. Per quanto riguarda, infine, il lavoro necessita al più presto una sua equa redistribuzione sia nei compensi che nelle competenze. Solo attraverso una forte opera di moralizzazione è possibile, oggi, sconfiggere la zona grigia della società crotonese.

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 10 del 09/03/2007;

Memorie dal confine 13

“Quale tragico fallimento morale! Ci sentiamo più umiliati come uomini che come militanti. Prima di essere per un mondo di giustizia e di libertà, per un mondo socialista e democratico, noi siamo per un mondo di uomini e non di fantocci”


Il potere delle idee!



“Socialismo, democrazia, comunismo non hanno un sentimento vigoroso della propria dignità e libertà; se non hanno coscienza della propria umanità. Uomini vogliamo, non schede, non numeri, non tessere”


di Romano Pesavento

“Caro amico,
soffrite che ancor vi annoio raccomandandovi in questi tempi scabrosi il solo fine che deve animare uno scrittore, cioè il bene comune: quando non si può parlare veridicamente taciamo, ma per amor di Cristo non ci rendiamo complici, dei mali che purtroppo affliggono il genere umano.” (Dalla Lettera di Filippo Buonarroti all’abate Piombi)
Questa settimana ho ritenuto doveroso fare qualche considerazione sulla coscienza critica che oggi gli elettori e i militanti del centro-sinistra dovrebbero aver elaborato alla luce dell’agire politico dei loro rappresentanti. Naturalmente, non avendo un campione statistico sottomano, le critiche che da queste righe si muoveranno sono il frutto della mia semplice opinione e osservazione della realtà odierna o di molteplici scambi di idee con giovani ed adulti ugualmente attoniti di fronte alle anomalie della politica . La lettera di Filippo Buonarroti, anche se maturata in epoca e in condizioni socio-economiche assai diverse rispetto all’attuale, ci può, certamente, fornire qualche elemento di riflessione: infatti, lo sfogo che essa contiene in relazione al mal costume politico, già nelle sue prime righe, può essere un esempio concreto dell’ abbattimento e del profondo sconforto in cui i cittadini sensibili alle problematiche della società si ritrovano.
Diverso, ma ugualmente critico, si palesa il pensiero di Carlo Rosselli. Quest’ultimo ci pone di fronte ad un serio ragionamento: esiste nel nostro territorio ormai un distacco enorme tra classe dirigente politica ed elettorato attivo.

Non è certamente difficile accorgersi della sfiducia che la popolazione e gli elettori hanno maturato nei confronti dei propri rappresentanti. I famosi “ideali politici” si sono trasformati molto spesso in “interessi personali”; mentre la gran parte dell’elettorato è strumentalizzata ai fini della propria affermazione politica e “spesa” unicamente come vantaggiosa tessera elettorale. Assistiamo da troppo tempo,ormai, demoralizzati e impotenti, alla pericolosa, torrentizia e implacabilmente verbosa propensione dei vari demagoghi all’“autopromozione” e alla celebrazione del proprio operato, anche quando i risultati conseguiti risultano piuttosto modesti, per non dire fallimentari. La gente emigra, la città si svuota e la nostra illustre classe dirigente nicchia. Eppure sono ancora vivi gli echi elettorali ed i buoni propositi sbandierati con impeto ed entusiasmo ai quali molti elettori affidavano le proprie speranze. Che tristezza! Quante speranze perse in un voto che doveva capovolgere o, perlomeno, migliorare la situazione economica e sociale del nostro territorio. E allora è opportuno ricordare quanto lo stesso Rosselli scriveva qualche tempo fa: “Quale tragico fallimento morale! Ci sentiamo più umiliati come uomini che come militanti. Prima di essere per un mondo di giustizia e di libertà, per un mondo socialista e democratico, noi siamo per un mondo di uomini, e non di fantocci; per un mondo magari cento volte più povero e incivile di quello germanico, ma in cui l’uomo sappia, ogni tanto riscattarsi dalla sua qualità di bestia ragionevole per credere, battersi, sacrificarsi in nome di qualche cosa che lo trascenda, che non stia sul piano del possibile, dell’accessibile, dell’utile, fosse pure questo qualche cosa il mulino a vento di Don Chisciotte o la peggiore delle superstizioni. Né vogliamo con questo celebrare l’irrazionale; ma solo rinnegare una falsa, mutilata ragione che induce a spregiare i valori morali ricacciandoli al rango di sottoprodotti, o che autorizza a combattere solo quando il successo è sicuro. Socialismo, democrazia, comunismo non hanno un sentimento vigoroso della propria dignità e libertà; se non hanno coscienza della propria umanità. Uomini vogliamo, non schede, non numeri, non tessere.” (cit. Carlo Rosselli, sta in Franco Venturi, La lotta per la libertà, pg. 216)
Naturalmente, sono convinto che oggi più che mai è importante affermare le proprie idee e sostenerle con forza. Lo spirito critico ed il confronto dialettico sono quindi importanti e necessari ai fini di un corretto e proficuo mantenimento e sviluppo della democrazia. Attraverso le idee è possibile notevolmente favorire i cambiamenti e, si spera, apportare le correzioni più appropriate: non è da poveri idioti, bisogna ribadirlo con fermezza, confidare nel cambiamento e nel ripristino di valori quali la dignità e l’onestà, anche se il percorso si presenta, troppo spesso, piuttosto accidentato e sdrucciolevole. A tal proposito, riportiamo le tristemente lucide riflessioni dell’economista Federico Caffè:“Sono sicuro che il potere degli interessi costituiti è assai esagerato in confronto con la progressiva estensione delle idee. Non però immediatamente. (...) giacché nel campo della filosofia economica e politica non vi sono molti sui quali le nuove teorie fanno presa prima che abbiano venticinque o trent'anni di età, cosicché le idee che funzionari di Stato e uomini politici e perfino gli agitatori applicano agli avvenimenti correnti non è probabile che siano le più recenti. Ma presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, che sono pericolose sia in bene che in male” (Federico Caffè, La solitudine del riformista)
Naturalmente, tutto ciò ci condurrebbe a ragionare anche allo storico e conflittuale rapporto tra verità e politica. Non vogliamo in questo articolo dilungarci molto sul tema, anche se ci sembra opportuno dare qualche informazione. A tal proposito, ricordiamo il pensiero della Hanna Aredt: “Nessuno ha mai dubitato del fatto che verità e politica siano in rapporti piuttosto cattivi l’una con l’altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista” (Hanna H. Aredt, Verità e politica, 1967)
Infine, per avere qualche strumento interpretativo in più e per rapportarci ad una fase storico – politica cittadina piuttosto incerta e problematica, ricordiamo uno stralcio di un’intervista a Moravia, la cui “efficacia” è evidente:
“Domanda: Moravia, lei è stato sempre un uomo di sinistra. Adesso in Italia la sinistra almeno la sinistra storica, istituzionale – sta avvicinandosi al governo, sia pure accanto alla DC. Si sente appagato.

Risposta: No. Sento che è un compromesso; e d’altra parte, ufficialmente si chiama proprio così. A un certo momento si sospendono le ostilità fra comunisti e democristiani per consentire al paese di riprendersi da una crisi mortale. Dopo di che i comunisti – penso io – riprenderanno la loro libertà, portando con sé alcuni dei risultati ottenuti con questa tattica. Si capisce: non si fa niente per niente.” (A. Moravia, Intervista sullo scrittore scomodo)

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 09 del 02/03/2007

Memorie dal confine 12

Il governo italiano, però, non può e non deve “tradire” le proprie solide fondamenta laiche


Scusate, “Possumus”?


C’è chi non divorzia, ma tradisce sistematicamente la moglie con l’amante decennale o con più, amabili, ninfette in storielle da poco, di cui pentirsi, in fretta, col padre confessore



di Romano Pesavento

IL giornale del Vaticano, L’Osservatore Romano, continua a tuonare contro i “famigerati” Dico, pur rimarcando i buoni rapporti di reciproca fiducia e collaborazione con lo Stato italiano. Tale organo di stampa giudica il disegno di legge varato dal governo come “parte di un percorso verso uno sradicamento dell’istituto familiare fondato sul matrimonio”. Eppure il contenuto del contestato progetto non comporta, secondo il parere di molti, “attentati dinamitardi” alla morale. In realtà, è stato semplicemente riconosciuto alle coppie di fatto, che abbiano alle spalle un cospicuo periodo di convivenza certificato, il diritto di poter accedere ad eventuali lasciti in caso di morte del partner; a subentrare, sempre nell’eventualità di prematura scomparsa del compagno, in un contratto di locazione, qualora sia presente un figlio della coppia; di poter, infine, di fronte a malattie gravi o interventi chirurgici pericolosi, intervenire e manifestare il proprio assenso/diniego in relazione alle terapie da somministrare. Tutto questo può mai essere considerato immorale o censurabile, se gli obiettivi, assai auspicabili, in verità, che questa legge si prefigge sono tutelare i soggetti più deboli e, anzi, regolamentare con una forma codificata, precisa e inderogabile un “mare magnum” di situazioni e relazioni, comunque reali e problematiche, in quanto, finora, prive di “puntelli” e punti di riferimento oggettivi e, soprattutto, d’ordine pratico? A tale quesito, forse,qualche rappresentante del clero avrebbe da eccepire. Il governo italiano, però, non può e non deve “tradire” le proprie solide fondamenta laiche. Lo Stato rappresenta la totalità dei cittadini, indipendentemente dagli orientamenti politici, religiosi, dalla razza d’appartenenza o dal sesso. La Chiesa può, come garantisce la libertà di stampa e di parola, esprimere una propria visione etico – religiosa delle varie questioni d’ordine sociale che si profilano nel Paese e indirizzare i fedeli che desiderino comportarsi secondo l’ortodossia, ma, alla luce del Concordato del 1929, esplicitamente sottoscritto dal pontefice di allora , non è ammissibile la “commistione” tra politica e fede; ne consegue che anche i diritti e la dignità di chi non si riconosce come cattolico o, semplicemente, non intende allinearsi in tutto con quanto prescrive il Vaticano debbano essere garantiti e tutelati da uno Stato autenticamente aconfessionale. Già, in passato, la Santa Sede si era espressa in termini apocalittici contro il Divorzio o i profilattici: ebbene, molti buoni e convinti cattolici hanno dovuto, comunque, ricorrervi; alcuni, con somma pena, per la mancanza di indulgenza o misericordia generalmente manifestate da tanti esponenti del clero. Altri, “buoni e convinti” cattolici, invece, con tartufesca ipocrisia, “scagliano la prima pietra” circa i cattivi costumi altrui, ma, privatamente, osservano una morale piuttosto “fantasiosa” e incerta: c’è chi non divorzia, ma tradisce sistematicamente la moglie con l’amante decennale o con più, amabili, ninfette in storielle da poco, di cui pentirsi, in fretta, col padre confessore. Tra questi indefessi e rispettabili cultori della famiglia si affollano numerosi esponenti del Centro-Destra, i quali, spesso al secondo o al terzo matrimonio con poppute fanciullone, si accalorano e sbraitano in difesa dei costumi (da bagno? Tanga?) e della serietà cattolica. Degli altri. Già, perché per se stessi hanno già provveduto per tempo. In una trasmissione di Rai Tre (sempre loro, i mangia bimbi), davanti al visibilmente imbarazzato Casini, che comunque non ha potuto smentire, un implacabile Augias ricordava che una specie di legge, nei contenuti ed effetti simile ai Dico, era stata già approvata dai Parlamentari - con il trascurabile dettaglio che essa era stata concepita esclusivamente a proprio uso e consumo, di conseguenza il resto della popolazione ne veniva esclusa - senza generare tutta questa indignazione nella classe politica o nelle alte sfere ecclesiastiche, ben quindici anni fa.
Durante la trasmissione “Quelli che il calcio” di domenica 11 febbraio, all’on. Santancchè, altra eroica paladina della famiglia, è stato chiesto “con candore” dal giornalista Travaglio perché mai tanti esponenti del Centro - Destra ( ovviamente Santancchè inclusa) con “stato di famiglia” a dir poco “variopinto” si accanissero a impedire la fruizione di libertà di cui, personalmente, si avvalgono con disinvoltura e serena nonchalance.
La risposta è stata articolata in modo poco chiaro, anche perché parzialmente, all’inizio, coperta da un boato d’approvazione del pubblico per la “scomoda” ma fondamentale domanda. Alla fine, dopo qualche lunga perifrasi, il concetto enucleato della deputata era che i suoi percorsi/sbagli personali non dovevano influire in maniera negativa sugli Italiani. Mah.
Intanto i dati parlano chiaro: in base all’Istat, esistono circa 500.000 coppie di fatto; numero che, sempre secondo la medesima fonte d’informazione, è raddoppiato in circa dieci anni.
Questo dimostra che, con o senza legge, i “famigerati” costumi o più semplicemente i bisogni degli Italiani si orientano, inesorabilmente, verso direzioni differenti, tra l’altro non criminalizzate nel resto d’ Europa, rispetto al passato.
Persino nella Grammatica italiana, settore apparentemente immobile, si deve necessariamente scendere a patti con “l’uso” dei parlanti.
Questo non comporta necessariamente la sfrenatezza e l’arbitrio, ma le libertà individuali, laddove non vengano a ledere la persona e la dignità altrui, devono essere salvaguardate: 500.000 persone che pagano le tasse e contribuiscono con il loro lavoro al funzionamento del Paese, come tutti gli altri cittadini, dovranno pur essere rispettati nelle proprie scelte di vita, anche se, magari, non sono condivisibili.
In realtà, tutto quello che è innovazione, inizialmente, sconcerta; la legge in questione, che, tra le altre cose deve ancora percorrere il suo intero iter burocratico, non è una bomba a orologeria, come alcuni paventano.
Basti pensare che alla progettazione e ideazione della stessa ha largamente contribuito una deputata pacata e certo non sovversiva, anzi cattolicissima (!), come Rosi Bindi.
Si tratta “semplicemente” come sottolinea Livia Turco di “una legge di civiltà e giustizia che ci ricolloca in Europa”. Meglio tardi che mai.
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 08 del 23/02/2007;

Memorie dal confine 11

“Credevamo che Tangentopoli fosse un'eccezione, ora sappiamo che è la norma”


Pubbliche relazioni e private umiliazioni


“Ricadere nel peggio non può essere uno stato costantemente durevole nella specie umana perché a un certo grado di regresso essa distruggerebbe se stessa”


di Romano Pesavento

“Credevamo che Tangentopoli fosse un'eccezione, ora sappiamo che è la norma. Quando in una società si incanaglia la tendenza a considerare i vizi normalità e i delitti comprensibili debolezze umane, l'anarchia è inevitabile. E i peccati di chi sta al vertice vengono non solo imitati, ma ammirati.” (Giorgo Bocca, Il capitalismo dalla testa rotta)
Nel quinto canto dell’ Inferno, quello relativo ai lussuriosi per intenderci, della perversa regina Semiramide, Dante scrive che “libito fè licito in sua legge”…… In realtà, quando il malcostume, la corruzione, la corruttibilità dilagano e imperversano, diventa tristemente automatico considerarli norma di vita, fenomeni naturali come la pioggia o la grandine. Questo è la summa di quanto scrive lo “scomodo”, ma genialmente lucido Giorgio Bocca, opinione da cui pochi ingenui si sentirebbero di dissentire; come effetto collaterale e inevitabile di quanto scritto, la politica, ancor di più quella crotonese, viene da sospettare, non sceglie i migliori ma i meno qualificati, per diversi motivi o, se preferite, “comodità”: seleziona “servi”, li promuove e molto spesso li onora con copiose consulenze. Indipendentemente, da quale sia il ruolo da recitare in tale, immensa e offensiva - per la dignità e il senso civico dei contribuenti, farsa - Leccastivali o voltagabbana, non c’è alcun dubbio: è necessario che il sistema produca soprattutto servi. Leggendo, laddove tale possibilità sia consentita, e analizzando i curricula di gran parte dei consulenti, ci si rende conto che quasi tutti sono sconosciuti, incompetenti, privi di esperienza nel settore, ma noti e cari ai “padroni del vapore” .Quale criterio di scrematura può mai essere più efficace e incontestabile di una “sana”, “trasversale”, “ecumenica” raccomandazione?
Vogliamo, davvero, chiederci a che punto è lo stato della nostra democrazia, la democrazia che vorremmo regalare alle future generazioni crotonesi!?! È una democrazia che, da quanto emerge sempre più frequentemente dalla stampa locale e regionale, è legata al “patto mafioso” fra borghesia del sottogoverno e cosche criminali. Le cosche criminali e il loro controllo del territorio sopravvivono perché garantiscono la continuità di una borghesia che campa e cresce sui ricatti economici ed elettorali. I “criminali della lupara” sono necessari come lo sono nei paesi autoritari le polizie politiche, le Gestapo, la Ghepeu.
Tra borghesia del sottogoverno e cosche criminali, quindi, si è, probabilmente, stabilito un legame “di mutuo soccorso”. In parole più semplici, si può così rappresentare il tutto: chiunque abbia studiato Biologia a scuola, ricorderà le “interazioni” un po’ nauseanti tra alcuni organismi viventi e le relative forme di vita del tutto parassitarie, tuttavia, in amorevole rapporto di idillica simbiosi reciproca. Ebbene, per analogia, una simile immagine può ben spiegare la realtà che tutti, sciaguratamente, verificano in ogni singolo aspetto della quotidianità. Certamente, siamo ormai quasi tutti convinti: l’immagine di società che emerge è sempre più catastrofica. A questo punto, è importante ricordare la visione kantiana della storia riassunta in un passo dell’intervista a Norberto Bobbio.
“Kant credeva nella lenta approssimazione all'ideale del raddrizzamento attraverso "giusti concetti", "grande esperienza" e soprattutto una "buona volontà". Della visione della storia secondo cui l'umanità continua ad andare verso il peggio, e che chiamava "terroristica", Kant diceva che «ricadere nel peggio non può essere uno stato costantemente durevole nella specie umana perché a un certo grado di regresso essa distruggerebbe se stessa». Invece, è proprio l'immagine di una corsa verso l'auto-distruzione quella che affiora in alcune delle odierne visioni catastrofiche”. (Norberto Bobbio, I diritti dell’uomo oggi)
Naturalmente, la colpa di tutto ciò è anche dei tanti “ebeti” che garantiscono, attraverso la loro delega in bianco, ai “colonnelli” di partito di comandare. Il perché si verifica questo fenomeno, è presto spiegato nel pensiero che segue di Erich Fromm: “La maggior parte delle persone sono convinte che finchè, un potere esterno non le costringe manifestamente a fare qualcosa, le decisioni che prendono sono loro; e che, se vogliono qualcosa, sono loro che lo vogliono. Ma questa è una delle grandi illusioni che nutriamo a proposito di noi stessi. Un gran numero delle decisioni che prendiamo non sono davvero nostre, ma ci vengono suggerite dall’esterno; siamo riusciti a persuaderci che siamo stati noi a prendere la decisione, mentre in realtà ci siamo uniformati alle aspettative degli altri, spinti dalla paura dell’isolamento e da minacce più dirette alla nostra vita, alla nostra libertà e al nostro benessere.” (Erich Fromm, Fuga dalla libertà)
È il noto teorema della identificazione dei seguaci nel capo che più li rassicura, che più risolve le contraddizioni in cui si tormentano e che perciò diventa indiscutibile, l’uomo dell’innamoramento collettivo. L’aspetto fisico non conta. Ci sono stati ´uomini fatali´ come Hitler fisicamente sgradevoli, un piccolo impiegato nevrotico con baffetti ridicoli e movenze da burattino, possono esserlo i nostri beneamati colonnelli di partito rassicuranti uomini comuni. Ma cosa hanno detto di così affascinante per i loro cortigiani? Niente, anzi no, un mucchio di parole prive di significato e tante, tantissime promesse.E allora? Allora, occorre che ognuno di noi possa realmente avere un ideale vero e non fittizio in cui credere. Il nostro herr doctor Fromm, un pò di tempo fa, ricordiamo a chi l’avesse dimenticato, aveva così formulato le sue conclusioni su tale tema: “Arriviamo così a definire vero ideale ogni fine che promuova lo sviluppo, la libertà e la felicità dell’io, e a definire ideali fittizi quei fini ossessivi e irrazionali che soggettivamente sono esperienze piacevoli (come l’impulso alla sottomissione) ma che in realtà sono nocivi alla vita. Accettata questa definizione, ne segue che un vero ideale non è una forza nebulosa superiore all’individuo, bensì la piena espressione della completa affermazione dell’io. Ogni ideale in contrasto con una siffatta affermazione si dimostra perciò stesso non un ideale, ma un fine patologico.” (Erich Fromm, Fuga dalla libertà)

sabato 7 marzo 2009

Memorie dal confine 10

Crotone: politica dei privilegi?

Il partito degli interessi vs il partito degli ideali?


“Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza”


di Romano Pesavento

“Domanda: Quindi possiamo dire che non è corretto parlare di tramonto delle ideologie, ma soltanto di crisi di determinate ideologie, e che non si può fare la politica senza avere dei grandi ideali.
Risposta: Non si può assolutamente. Soprattutto i partiti di sinistra si distinguono di solito dai partiti di destra e dai partiti conservatori proprio perché vogliono trasformare la società. I conservatori sono quelli che vogliono conservare quello che c'è: i partiti di sinistra vogliono trasformare. Per trasformare bisogna farlo in base a principi, in base a degli ideali che giustifichino la trasformazione: bisogna giustificare la trasformazione. La differenza fra il conservatore e il riformatore è che il conservatore non ha bisogno di giustificare la conservazione, invece colui che vuole riformare la società deve giustificare, deve giustificare perché la vuole; e non può giustificarlo se non ricorrendo a dei grandi principi: e questo è Giustizia e Libertà.
Domanda: Questo vuol dire anche che l'uomo politico di sinistra deve avere delle qualità ben superiori a quelle del conservatore, il quale deve semplicemente amministrare ciò che c'è?
Risposta: Beh! Non stiamo a sottilizzare su queste differenze. Io ritengo che il politico di sinistra deve essere in qualche modo ispirato da ideali, mentre il politico di destra basta che sia ispirato da interessi: ecco la differenza.” (Norberto Bobbio, "Che cos'è la democrazia?" - Torino, Fondazione Einaudi, 28 febbraio 1985)
L’argomento che proponiamo questa settimana trae spunto dall’intervista di Norberto Bobbio, e si prefigge come obiettivo un’analisi, di sinistra, della politica vigente nella nostra città. Certamente, siamo coscienti che è cosa alquanto ardua sviluppare questo tema in così poche righe, ma sicuramente è importante, e doveroso, parlarne ed esprimere le proprie idee.
Tale impellente necessità nasce anche dalla voglia di capire, realmente, se il politico di sinistra, così come è definito da illustri filosofi e uomini di elevatissimo pensiero, possa, in qualche modo, riscontarsi nell’operato di coloro i quali, ai nostri giorni, nella nostra terra usano vantarsi di appartenere, all’ideologia, all’onestà intellettuale, e alla tensione morale propria della cultura socialdemocratica.
Le riflessioni che corrono lungo le righe dell’intervista sopra riportata tracciano una profilo abbastanza chiaro di ciò che dovrebbe costituire l’Humus, il supporto culturale/filosofico o –se preferite- “la poetica” di un partito autenticamente e operativamente di sinistra; le parole più illuminanti e ricorrenti per esprimere tale concetto sono: trasformazione, giustificazione, ideali, grandi principi, riformatore, giustizia e libertà.
Naturalmente, ogni termine contiene in sè un contenuto ideologico pregnante e carico di significati etici ben distinti e inequivocabili o un modus operandi chiaro e di non difficile “comprensione”. L’immagine conclusiva si richiama, quindi, a concetti etico-morali molto profondi che vincolano ad una sorta di “codice deontologico” piuttosto serio e impegnativo, fortemente ispirato a principi di onestà, incorruttibilità e dirittura morale, i cui “articoli”, pur risultando apparentemente virtuali perché non codificati espressamente, sono, però, ben noti all’elettorato, al grande popolo della sinistra, di solito, piuttosto esigente e attento alla tempra morale di chi viene chiamato a rappresentarlo. E’ giusto o accettabile ora, deludere sistematicamente le aspettative, le attese e le speranze della fascia di lavoratori/elettori appena evocata, con una condotta politica in stridente contrasto con quanto finora enucleato?
A questo punto, diventa quasi automatico appropriarsi di una definizione di un giurista conservatore, Gaetano Mosca, il quale, riprendendo il pensiero politico di Guicciardini, individua con semplice ma illuminante efficacia il border-line su cui dovrebbe essere impostata un’azione amministrativa corretta e proficua per tutti i ceti sociali, non solo per alcuni.
“Un governo onesto, un governo di verità e di giustizia, un governo veramente liberale, come l’intendeva il Guicciardini, è la migliore garanzia che anche i diritti che più comunemente s’intendono per privati la tutela della proprietà e della vita, saranno efficacemente custoditi. Un regime corrotto, nel quale può accadere che chi comanda, in nome di Dio o del popolo poca importa, libito faccia licito in sua legge, è evidente che sarà insufficiente anche nell’adempiere a questa missione; e, sebbene ufficialmente possa riguardo ad essa proclamare principi accettabili ed anche elevati, pure nella pratica questi saranno malamente osservati.” (Gaetano Mosca, a cura di N. Bobbio, La classe politica)
Ovviamente, in questa sede non ci dilungheremo, anche perché non attinenti al nostro tema, sulle teorie dell’elitismo proposte da Mosca ed applicate alla classe politica, del criterio delle tre C (consapevolezza, coesione, cospirazione) che descrive il funzionamento dei detentori del potere.
L’analisi effettuata da Mosca ci avvia a riflettere su un altro importante cardine, quello relativo ai diritti civili. Agire amministrativo e comportamento sociale sono inestricabilmente uniti in un’unica formula, volta ad associare azione e reazione, o, in modo più immediato, causa/effetto. Tutto ciò significa, in parole più semplici, che se una realtà sociale come quella crotonese risulta abbandonata, selvaggia, piena di contraddizioni sociali e corrotta, questo dovrebbe essere addebitato, inevitabilmente, ad una discutibile gestione delle risorse, delle forze e delle strutture provinciali. Qual è, a questo punto, il compito a cui un buon amministratore di sinistra è chiamato? Per rispondere a tale domanda ci rifacciamo ad alcune affermazioni contenute nel discorso di Fermo Solari del 1968 che citando Ferruccio Parri enuncia: “Dice Parri: “Gloriamoci delle avanzate civili, prima che di quelle industriali”, in quanto “la troppa sporcizia della vita pubblica e del costume aggrava la crisi di sfiducia verso un sistema di feudi e di arrembaggi in equilibrio instabile, dei gruppi di potere e delle categorie. Sotto l’indifferenza, la diffidenza e la diserzione civile di tanta parte della nostra società si è creato un problema morale pericoloso per il nostro avvenire”. Perciò una politica delle sinistre che si proponga una società giusta, in cui a tutti i cittadini siano offerte uguali possibilità di partenza e, con l’esclusione del privilegio e della sopraffazione, deve anche proporsi l’eliminazione della corruzione, nelle sue variegate e molteplici forme odierne. Infatti, se è vero che la corruzione ha il suo incentivo nella politica del privilegio da un lato, e nell’ideale della società del benessere, è altrettanto vero che il suo nemico più dichiarato è costituito da una politica di uguaglianza e di giustizia. Per cui l’intensità dell’azione moralizzatrice della politica delle sinistre dovrà essere corrispondente all’intensità con la quale il nuovo assetto della società verrà tradotto in atto”.(Fermo Solari, “Indicazioni prospettive”, tratto dal discorso tenuto in un convegno del 1968)

Non sembra necessario né, tanto meno, opportuno commentare ulteriormente l’incisiva ed appassionata chiarezza con cui Parri spiega e sviluppa il ruolo sociale ed etico (!) di una politica “delle sinistre” condotta col solo, nobile, intento di riequilibrare quanto è disarmonico o di proporre un nuovo assetto sociale, in cui le più diverse possibilità vengano realmente dischiuse a tutti e non solo ai “figli di…”.
Abbacinati e commossi dalla “romantica” potenza, speriamo non utopica, di questo sogno, rimaniamo turbati e, sì, ammettiamolo, fiduciosi che tutto questo possa ancora essere realizzato. Speriamo, però, che a qualcuno, invece, non venga da ridere….
Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 06 del 09/02/2007

domenica 1 marzo 2009

Memorie dal confine 9

A Crotone, l'ethos dei diritti dell'uomo splende nelle solenni dichiarazioni che restano quasi sempre lettera morta



Gli allegri alberi della città di Crotone



“Gli antichi invitavano a piantare alberi secolari per il benessere di quanti sarebbero arrivati, dopo, a goderne…anche noi lasceremo una ricca eredità ai nostri figli: 2/3 tonnellate di spazzatura a cranio”



di Romano Pesavento

“L'età post-moderna è caratterizzata dalla trasformazione tecnologica e tecnocratica del mondo. Dal giorno in cui Bacone disse che la scienza è potere, l'uomo ha fatto molta strada. Mai come oggi, vale il tema di Bacone secondo cui chi più sa più ha potere; oggi però l'uomo sa molto di più di quello che si sapeva ai tempi di Bacone. La conoscenza è diventata la principale causa e la condizione, se non sufficiente, necessaria, del dominio dell'uomo sulla natura e sugli altri uomini. Dopo i diritti tradizionali, quelli alla vita, alla libertà ed alla sicurezza, su cui si incontrano le tre correnti principali del nostro tempo, vengono i diritti che nascono tutti dalle minacce alla vita, alla libertà, e alla sicurezza provenienti dall'accrescimento del progresso tecnologico.
Bastino i seguenti tre esempi che hanno riempito le riviste, i libri, le conversazioni, i congressi, le tavole rotonde di questi ultimi anni, e che quindi sono al centro del dibattito attuale. 1) Il diritto a vivere in un ambiente non inquinato, donde hanno preso le mosse i movimenti ecologici che hanno smosso la vita politica, tanto all'interno dei singoli Stati quanto nel sistema internazionale…” (Noberto Bobbio, I diritti dell'uomo oggi, intervista del 14/6/1991)
Questa volta abbiamo proposto un brano di Noberto Bobbio in quanto da un pò di tempo a questa parte, si sente in giro, con una inquietante, pericolosa, insistenza il tormentoso ritornello, già diffuso tra generazioni precedenti alla nostra, che, però, proprio ora sembra caricarsi di più temibili “significati”: non esistono più le stagioni intermedie. In verità, sarebbe più appropriato dire che non esistono più le stagioni “tout court”, considerando le vistose anomalie climatiche alle quali assistiamo da qualche lustro noi profani, ma sulle quali richiamano l’attenzione da, almeno, un ventennio, i meteorologi di tutte le parti del Globo. Tali ”Cassandre” sono rimaste all’ombra dei media per parecchio tempo: inascoltate, venivano ridicolizzate e liquidate sbrigativamente dai vari governi politici mondiali, perché considerate “nefaste” ai fini degli interessi economici espressione dei fortissimi gruppi industriali, da sempre “gemellati” con le stanze del potere sotto ogni latitudine e longitudine.
Le tasse, l’euro, la cattiva amministrazione della cosa pubblica, la precarietà di sentimenti e di “fortune”, oltre ad un inaridimento generale della generosità umana e della capacità di guardare al di là del proprio “particulare”, rendono spesso miopi e insensibili di fronte a problematiche estremamente serie, la cui ricaduta, però, sulle nostre vite può diventare drammatica. Quello che interessa al cittadino medio è vivere in condizioni vantaggiose; quello che preme all’Occidente è sostenere l’urto di una concorrenza con i paesi asiatici sempre più feroce. In tutto questo bailamme non c’è spazio per una gestione oculata, parsimoniosa e responsabile delle risorse del pianeta (vedi mancata attuazione del protocollo di Kyoto). Anche un bambino delle scuole elementari è informato sugli effetti del famigerato “buco dell’ozono”, ma questo non significa che le varie nazioni, regioni, province se ne vogliano far carico. Pare che in un congresso di qualche giorno fa, gli scienziati abbiano lanciato l’ennesimo ultimatum circa la necessità immediata di tagliare la quantità di sostanze tossiche prodotte dai vari scarichi industriali: può darsi che di fronte agli stravolgimenti “naturali” sempre più frequenti e “terrifici” (trombe d’aria nel Mediterraneo, desertificazione, alterazioni nel corso stagionale) anche i governi più insensibili possano comprendere la gravità della situazione.
Certo che acquisire una mentalità nuova, attenta e più generosa nei confronti dei “beni collettivi”, è difficile, soprattutto in Italia e, specialmente, nel nostro Sud. Già, il nostro paese non dispone di molte materie prime, ma largheggia, fortunatamente, di risorse naturali importantissime: il vento e il sole.
Eppure, mentre, pensate bene, nel Friuli o in alcune zone della Lombardia, sono stati progettati una serie di dispositivi atti a ottimizzare tutto il calore solare fruibile, qui da noi, dove le possibilità sono di ben altra “caratura” si opera ben poco in tal senso. Che spreco e che tristezza!
Dal canto loro, i cittadini, in buona parte, sono piuttosto sordi a qualunque tipo di richiamo, responsabilità o suggerimento: maniacali “sacerdoti” di autoveicoli e dimore (lustri e scintillanti come altari ed “ex voto”) uomini e donne non si creano il minimo scrupolo nell’abbandonare di tutto in strada, sulla spiaggia, o nei boschi, magari dopo un piacevole picnic con famigliola a rimorchio.
Che dire poi della raccolta differenziata? Nella nostra città è caparbiamente osservata e rispettata da un “manipolo” di eroi , a tratti, guardati con sospetto dagli altri, i “normali”, che si soffermano a contemplare con un sorriso di compatimento “i fanatici”, “quelli che si vogliono sparare la posa” o, peggio, “quelli che non sanno che fare”. Diciamo “peggio”, perché in realtà se c’è qualcuno veramente impegnato a spendere con intelligenza tempo e risorse è proprio chi è attento alle problematiche ambientali; questo, però, è un argomento, per il momento, ancora troppo “estraneo” agli immediati bisogni della cittadinanza. Già, in fin dei conti, con le attuali prospettive possiamo stare bene, noi, ignorando le generazioni future per almeno (!) 10/15 anni. Può bastare.
Gli antichi invitavano a piantare alberi secolari per il benessere di quanti sarebbero arrivati, dopo, a goderne…anche noi lasceremo una ricca eredità ai nostri figli : 2/3 tonnellate di spazzatura a cranio.
Inoltre, a proposito degli alberi ricordiamo a quanti non si fossero ancora svegliati dal letargo, che proprio lungo la costa in prossimità dell’ingresso della città di Crotone (strada consortile) vi è un bellissimo e pittoresco giardino, caratterizzato da alberi zombi, deformi e secchi; il cui malessere denuncia il livello di salute e di salubrità del sottosuolo. Che dire poi della discarica a mare situata sempre nelle vicinanze del sito industriale? Nessuno ne parla più. Una vecchia canzone di Rino Gaetano recitava: “Beati i bulli di quartiere perché non sanno quello che fanno e i parlamentari ladri che sicuramente lo sanno”.

Pubblicato su La Provincia KR, settimanale di informazione e cultura, Anno XIV n. 06 del 09/02/2007